Anche l'Italia avrà, così come altri paesi europei, un centro nazionale per il libro. Lo ha annunciato ieri Francesco Rutelli, intervenendo a Roma a conclusione degli Stati generali dell'editoria. Nell'economia della conoscenza, accrescere il livello di conoscenza della popolazione è un «compito strategico» rispetto al quale chi governa non si può tirare indietro. Pertanto «la promozione della lettura è una missione pubblica»: coerentemente con questa premessa, il vice-presidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali ha dichiarato il suo deciso impegno in favore del libro. Già dai prossimi giorni, non appena sarà chiuso il dibattito intorno alla Finanziaria, riunirà a palazzo Chigi gli editori e i ministri competenti. Ma l'impegno più interessante riguarda appunto la creazione di un centro con il compito istituzionale di promuovere la lettura. Per la verità, più che di creazione si tratterà di trasformazione. Rutelli intende infatti ampliare e integrare le funzioni del già esistente Istituto per il libro, un servizio del ministero dei Beni culturali che venne istituito da Buttiglione nell'ambito della Direzione generale per i beni librari. Il nuovo centro dovrà coinvolgere le istituzioni statali, gli enti locali e tutte le categorie interessate e dovrà - ha aggiunto Rutelli - essere capace di esprimere «strategie di marketing moderne». Sulla carta si tratta di un progetto ben diverso da quelli ipotizzati dagli editori dell'Aie, che guardano al modello francese (un centro statale dotato di fondi e autonomia) o in alternativa al modello inglese (un trust finanziato dallo Stato, dalle imprese del settore e da privati). «Tuttavia - ha detto ieri Federico Motta, presidente dell'Aie - non mi pare che sia il caso di fare i fiscali. C'è la volontà politica di agire e c'è l'impegno di coinvolgere tutte le categorie interessate. Ci sembra che si parta con il piede giusto». Su quella che gli editori definiscono la "mitica" legge sul libro, un provvedimento che attendono da anni, Rutelli non s'è molto sbilanciato. Si è limitato ad apprezzare le convergenze che nel corso del convegno sono state manifestate da esponenti della maggioranza e dell'opposizione, ha aggiunto che il provvedimento non potrà che essere di iniziativa parlamentare e ha espresso l'auspicio che diventi realtà entro la fine della legislatura. La prudenza del vice-presidente del Consiglio è comprensibile. La legge dovrebbe infatti riordinare in modo organico tutte le competenze relative all'editoria libraria, oggi disperse fra ministeri ed enti diversi. Si tratterebbe quindi di sottrarre poteri a qualcuno per affidarli a qualcun altro: un tipo di operazione che, come è noto, in Italia suscita resistenze incredibili.