Alluvione: viaggio tra le tante opere in attesa di restauro. C'è anche un Vasari Quantificarle non è facile. Sono le opere d'arte alluvionate che ancora attendono di essere restaurate. Quaranta'anni dopo. Tra poco più di un mese, Firenze sarà invasa dalle celebrazioni per l'anniversario, ma non ci sarà niente, da celebrare. Occorrerebbe invece rimboccarsi le maniche e rimettersi a lavorare. Però sarà difficile che nelle occasioni ufficiali si parli dei depositi dove sono immagazzinate (più o meno ordinatamente) le opere d'arte ancora alluvionate. Invece noi siamo andati a vederle e abbiamo provato a contarle: sono dipinti (almeno 150), sono affreschi (circa 300), sono arredi sacri (tonnellate). A distanza di tre anni dalla prima inchiesta, siamo tornali a visitare i depositi delle soprintendenze: alcuni sono dei fiori all'occhiello, altri si presentano in maniera vergognosa come delle discariche. Tuttavia la situazione presto evolverà... Tra le opere in deposito anche alcuni Giotto e l'«Ultìma Cena» del Vasari. Viaggio nei depositi. A Firenze e Poggio a Cenano c'è un 'eredità difficile da smaltire completamente ma a questo punto, dopo quaranta anni, serve una soluzione in tempi rapidi II fango c'è ancora. Altro che celebrazioni per i 40 anni dall'alluvione. C'è solo da rimboccarsi le maniche e prendere decisioni. Anche drastiche se serve. A distanza di tre anni dall'inchiesta che il Giornale della Toscana svolse esattamente tre anni fa, abbiamo chiesto e ottenuto il permesso di tornare a visitare depositi della Soprintendenza ai beni storico-artistici delle province di Firenze, Prato e Pistoia. Soprattutto abbiamo posto attenzione a quel che rimane da restaurare a Firenze quattro decenni dopo il diluvio che interessò un patrimonio di almeno 1400 dipinti e un numero incalcolabile di altri pezzi tra arredi sacri, sculture, affreschi, tessuti, libri, documenti etc... G'è ancora una quantità di oggetti che attendono di essere restaurati e nei confronti dei quali la Soprintendenza di Bruno Santi ha una responsabilità diretta. Sia per il mantenimento di questo materiale, sia per la selezione che di volta in volta deve essere fatta quando si profila all'orizzonte la possibilità di restauri, e sia per la gestione dei depositi, appunto, che in qualche caso sono dei fiori all'occhiello e in altri dimostrano quanto ancora ci sia da fare. Le opere alluvionate, quindi, sono un'«eredità di fango» difficile da smaltire completamente, così come la ricerca della responsabilità di questa situazione non può essere imputata a una Soprintendenza nata solo due anni fa e a funzionari del territorio (quattro per il centro di Firenze) che con un bilancio risicatissimo devono fare i salti mortali. No, le responsabilità stanno più in alto nella scala gerarchica, e più lontano come uffici di potere. Stanno nelle voci di bilancio sempre meno generose verso il patrimonio artistico, e nelle discutibili scelte - ci permettiamo si definire non sempre oculate - delle priorità. Tra i dipinti da restaurare certamente non c'è alcun Botticelli, ma tra quelli da ricollocare e attualmente in deposito ci sono vari Giotto o bottega di Giotto, Gaddi, Andrea del Castagno, Mino da Fiesole, Matteo Rossetti, Poccetti, tanto per fare qualche nome. Per non parlare poi dell'Ultima cena del Vasari sulla quale l'Opificio delle Pietre Dure sta ancora compiendo studi prima di capire quale sia la via più giusta per restaurarla. Tanto per chiarirci, chi dice che la grande tavola di Vasari «è in restauro», non afferma il vero e parla per sentito dire. Ma torniamo ai depositi. In questo nuovo viaggio abbiamo visitato sette dei nove depositi dove ancora si trovano gli oggetti d'arte alluvionati delle due soprintendenze (a quella di Bruno Santi, infatti, va aggiunta anche quella del Polo Museale diretta da Antonio Paolucci che ha ormai pochissimi pezzi da restaurare), cioè non entrando a Palazzo Serristori dove ci sono oltre 80 dipinti e 10 «rulli» (cioè tele senza cornice arrotolato intorno a dei cilindri di legno) «impacchettati» e pronti per essere spediti alla Certosa del Galluzzo dove presto nascerà il più grande e attrezzato deposito della soprintendenza. Non abbiamo visto, poi, le cantine di Palazzo Pitti, al Rondò di Bacco, dove il fatiscente deposito è stato per anni il ricovero di innumerevoli opere d'arte e di recente è stato finalmente svuotato, escluse 8 grandi tele della chiesa di Sant'Ambrogio, che andranno nei locali della Certosa appena questi saranno stati approntati. I depositi della vergogna - A quarant'anni dall'alluvione c'è chi pensa alle celebrazioni. E invece se facesse due passi nelle sale polverose e del cucinone della Villa Medicea di Poggio a Calano, o nelle sale più piccole del deposito dietro la Grotta del Buontalenti, nel Giardino di Boboli, cambierebbe idea. Nel primo caso, rispetto a tre anni fa, non è cambiato paticamente niente. Tonnellate e tonnellate di arredi sacri - in qualche caso ancora coperti dal fango dell'Arno - giacciono senza vita e senza appeal in un locale che pare una discarica. C'è di tutto: dai candelabri alle sedie sfasciate, dalle cassapanche ai crocefissi piccoli e grandi, dai vari elementi degli altari lignei fino a una biblioteca intera (senza libri s'intende) che pare appartenga a San Marco (basilica per altro non alluvionata) e che nessuno da quaranta anni ha richiesto. Si prova pena e vergogna a girare per quei corridoi resi più stretti dalle montagne di arredi, ma si è coscienti che quel materiale non interessa pìù a nessuno. E viene da chiedersi come e dove si potrebbero trovare i soldi per restaurarlo. Un altro deposito che non è proprio gradevolissimo da vedere è quello denominato «Buontalenti». Qui ci sono vari ambienti. Una rastrelliera montata da poco, accoglierà presto i grandi tappeti di Palazzo Pitti (già arrotolati nel deposito, ma non collocati nelle loro rimesse metalliche), mentre nelle altre parti si rincorrono affreschi staccati e sinopie, anche di grandi dimensioni. Alcuni sono arrotolati, ma a giudicare dalla polvere che hanno sopra, sono lì da mesi, se non da anni. Infine, nell'ultima stanza, ci sono altri, affreschi ma gettati a terra alla rinfusa. In una sola parola: dimenticati (e forse perfino non catalogati). I depositi di Castello - A distanza di poche centinaia di metri, ben due ville medicee accolgono oggetti d'arte alluvionati e non. Quello «più a valle», è la Limonaia di Villa Corsini, un grande ambiente che dovrebbe accogliere circa 340 pezzi. Il condizionale è d'obbligo perché è tuttora in atto un progetto di schedatura, documentazione, stato di conservazione e ipotesi d'intervento di restauro che riguarda tutti i pezzi conservati all'interno. Un'intera parete è infatti coperta dalle cornici (molte da restaurare) mentre sul lato destro ci sono centinaia e centinaia di metri di affreschi, pochi dei quali sono ancora da restaurare. E tra gli autori figurano artisti di primissimo piano che vanno dal XIV al XVII secolo. In totale dovrebbero essere 250 gli affreschi presenti (100 dei quali di Santa Croce), di cui solo una piccola parte da restaurare, ma non mancano graffiti, e qualche dipinto. Tutto sommato è una location ordinata e ben tenuta. Pochi metri più a monte, sotto il soffitto della bellissima Villa La Petraia, ecco un altro deposito di oggetti provenienti dalle chiese del centro storico fiorentino: San Firenze, S. Apostoli, S. Remigio, S. Niccolo del Ceppo. Anche in questo caso il materiale - in tutto dovrebbero essere 91 pezzi, ma l'elenco è aggiornato al 2002 - è ordinato (su ripiani e per terra), ma c'è di tutto, dai candelabri alle poltrone ecclesiastiche, dalle panche ai crocefissi, dai libri di chiesa alle decorazioni. Anche se i reperti, sono sistemati con un certo ordine, si vede che sono anni che nessuno li tocca. I depositi gioiello - Ci sono poi alcuni depositi che sono dei veri gioielli, nati per funzionare e non dei semplici accatastamenti di opere. Anche se è del Polo Museale, il deposito sopra il Cenacolo di Andrea Del Sarto fino al 2003 ospitava 6 opere alluvionate da restaurare. Oggi ne è rimasta una e tra qualche settimana La Trinità e i SS. Giacomo, Maddalena e Caterina - che da sempre è esposto velinato per evitare le cadute di colore - se ne andrà al restauro. E così si chiuderà un altro capitolo del post alluvione. Il funzionalissimo deposito diretto da Fausta Navarro, è come una «mostra mobile» perché il migliaio di dipinti presenti sono appesi a grandi griglie estraibili che consentono non solo di vederle le opere, ma anche di movimentarle con estrema facilità. Questo genere di deposito, chiaramente, rappresenta il futuro almeno per quanto riguarda i dipinti. E infatti l'ultimo deposito allestito dalla soprintendenza di Santi - grazie al lavoro della funzionaria Matilde Simari, che vi ha dedicato energie e pazienza - è nato poco tempo fa in piazzia San Felice (a due passi da palazzo Pitti), nelle cosiddetta «Palazzina Poggi». Tre sole stanze allestite con intelligenza, che stanno già accogliendo oltre 180 pezzi tra dipinti, sculture lignee e grandi tele, per lo più provenienti da Rondò di Bacco. Una buona metà dei dipinti (circa 50) sono da restaurare, anche se non mancano dei veri casi disperati. Tuttavia anche questo deposito (con l'Andrea del Sarto) è funzionale, ordinato e fa guardare con ottimismo al futuro. Dal passato al futuro - Con il Rondò di Bacco e Palazzo Serristori che si svuotano tra breve, e con il nuovo deposito della Certosa che si aprirà (anche se occorreranno ben 179mila euro per renderlo pienamente agibile), presto cambierà la geografia del mantenimento delle opere d'arte del territorio. Le quali, secondo l'attuale giusta politica, devono essere restituite, cioè tornare nei luoghi di provenienza. Cosicché a farsene carico, saranno i legittimi proprietari. In questa opera estremamente delicata, la Soprintendenza di Santi dovrebbe potersi affidare, ad esempio, a parroci e responsabili dell'arte sacra. In qualche caso è avvenuto, in qualche altro no. C'è poi la questione, non secondaria, dei fondi. Lo Stato, ormai si è capito, tende a tenere sempre più strette le corde della borsa. Occorrono idee, fund raiser, sponsor e tanta diplomazia. Soprattutto per far «digerire» ai moderni mecenati (che lo sono solo di nome) che non ci sono più Botticelli da restaurare, ma che al contrario anche le altre opere alluvionate in paziente attesa di restauro, meritano attenzioni.