Allora creiamo una Direzione generale unica con dentro i due Istituti centrali del restauro di Roma e Firenze e l'Istituto di patologia del libro e il Centro per il restauro e la legatoria degli Archivi di Stato? Il progetto lo porta avanti il capo dipartimento del ministero dei Beni culturali e vorrebbe apparire una razionalizzazione di una realtà complessa, tanto che si parla di economie di scala, eliminazione di lavoratori, riduzione di personale e certo di competenze, naturalmente a favore di Roma. Riflettiamo un momento: nel 1975 si crea a Firenze il secondo Istituto centrale del restauro dopo quello di Roma voluto nel 1939 da Argan e Brandi; nasce per la passione e il peso scientifico di Umberto Baldini e di molti altri e prende il nome dì Opificio delle pietre dure (Opd), con alle spalle secoli di storia nella lavorazione e nella conservazione delle arti minori; la crescita esponenziale avviene dopo l'alluvione del 1966, migliaia di opere salvate, sviluppo internazionale dei rapporti, con il Courtauld e la National gallery di Londra, col Metropolitan dì New York, con la Mellon foundation, col Getty, con le università d'Europa e di mezzo mondo. E sono consulenze, sperimentazioni congiunte, incontri, didattica per i restauratori; a questo si aggiungono procedimenti innovatori, tecniche esportate ovunque, ben diverse dal tradizionale artigidnato e presentate in centinaia di congressi scientifici. Ebbene, tutto questo, creato felicemente a Firenze, sarebbe da «concentrare» sotto il solito «nuovo» direttore generale romano ? Peccato che ogni centro di ricerca ha le proprie metodologie e quelle di Firenze guidano il restauro dentro e fuori Italia. Dove finirà il know how di tutto questo? Proviamo a ragionare: se c'è una istituzione che andrebbe potenziata e resa autonoma nel contesto delle regioni italiane questa è il restauro; centralizzarlo vuol solo dire snaturare e burocratizzare. Altro punto: l'Opd ha restauratori propri i cui costi sono irrisori rispetto a quelli privati, eppure di questi molte volte, troppe, si serve il Ministero; il prezzo dei restauri così lievita in modo indecente e incontrollabile, spesso anche con risultati mediocri. Creare una rete di dipendenze regionali dei due Istituti centrali del restauro è la sola strada per moltiplicarne la funzione pubblica di servizio unendo Stato e Regioni, ma anche le università. Mi chiedo a questo punto se il progetto non nasconda l'intenzione di porre sotto controllo i restauri divenuti ormai un fatto politico-pubblicitario. Quale dei direttori del passato, Mario Serio oppure Roberto Cecchi, avrebbe osato anche solo pensare a mio scempio del genere? Aspettiamo, con fiducia, un rapido ripensamento.