Che si provveda alla sospensione dei lavori a scopo cautelativo onde evitare effetti pregiudiziali e irreparabili all'area archeologica interessata» con queste inequivocabili parole si conclude la lettera indirizzata alle autorità «competenti» e, non da oggi, «responsabili» del famigerato cantiere dell'Ara Pacis a piazza Augusto Imperatore. Chi scrive questa volta, non sono paludati «professori», queruli «architetti», intellettuali sempreverdi e neppure i soliti «concionisti» di sempre, ma «semplici» cittadini organizzati nel Comitato di quartiere Trevi-Campomarzio che insieme ad altre ben sei associazioni del centro storico romano e in continuità con l'analoga recente iniziativa di Italia Nostra, hanno finalmente dato corso formale ad una, fin qui, inascoltata protesta che dura sottovoce ormai da anni. La questione è assai nota e ha visto inopinatamente procedere verso i suoi devastanti esiti edilizi ed urbanistici un progetto da tutti criticato, fuor che dai diretti responsabili, che ha calamitato il dissenso di chiunque abbia seriamente a cuore il futuro della città (tra gli altri, Zeri, Arbasino, Giuliano, Portoghesi, Marconi, Nicolini, Purini, Krier, Sgarbi) tutti concordi nel sottolineare l'inopportunità di un intervento gratuito, pubblicitario, giubilare, privo degli indispensabili presupposti logici, scientifici, metodologici e, per di più (ci si passi il termine, che sappiamo, opinabile), assai «brutto». Opera incerta, modesta, stanca e peraltro arrogante di un anziano guru della post-modernità che, altrove e altrimenti, aveva dato, ma sono passati troppi anni da allora, ben altre prove di sé. Siamo quindi vicini all'epilogo di una vicenda, esemplare nella sua negatività, prima, come luogo e occasione di una delle più scriteriate iniziative fasciste che portò alla demolizione dell'Augusteo (vicenda peraltro ancora aperta e irrisolta se si pensa ai guasti e ai rischi indotti che ancora gravano sull'area flaminia) e poi anche dei nostri tempi ultimi ove l'architettura contemporanea si va facendo sempre più mero strumento di promozione e propaganda e sempre meno presta ascolto ai bisogni urgenti, concreti e vitali della comunità urbana. Esempi analoghi si riscontrano ormai quotidianamente a spese della città storica italiana e, solo per restare a Roma, basterebbe ricordare ancora il caso dell'Auditorium, quello del nuovo inutile e rutilante Centro per Le Arti Contemporanee a via Guido Reni e il caso altrettanto vergognoso del nuovo ampliamento della Galleria Nazionale d'Arte Moderna che prevede la demolizionesostituzione di un'importante opera di Luigi Cosenza; tutte occasioni ove un uso scriteriato di ingentissime risorse porterà ulteriore nocumento al patrimonio di tutti. Per tornare quindi al «caso» Ara Pacis, allo stato dei fatti, una volta demolita la teca di Morpurgo (che si doveva e poteva conservare adeguandola con poca spesa alle eventuali necessità) che fare? Una volta fermato il cantiere si aprirebbero, per lo meno, due strade: una prima, potrebbe considerare un radicale ridimensionamento dell'edificio di Meier riducendolo ad una semplice teca, né più né meno dell'edificio appena demolito; oppure, se i responsabili dell'archeologia avessero un po' più di coraggio e prendessero seriamente in considerazione anche le potenzialità di una nuova e meno affrettata anastilosi dell'antico monumento (ma per questo ci sarebbe bisogno di studi accurati e di un serio impegno scientifico) e quindi anche di una sua eventuale e non inappropriata ricollocazione in un contesto meno discutibile (visto che l'attuale posizionamento viene unanimemente e da sempre criticato) magari in prossimità del luogo del ritrovamento nell'area di palazzo Piano in Lucina o nell'area contigua al Parlamento (ancora preda di un ignobile parcheggio), oppure altrove in un'area museale adeguata come quella del Museo delle Terme. Al di là di tutto questo, però, non va dimenticato l'attuale stato di abbandono e di degrado del Mausoleo di Augusto che attende ancora, anche lui, dopo settant'anni, una sua dignitosa sistemazione.