E' stato celebrato nei giorni scorsi il congresso del Comitato internazionale per la conservazione del patrimonio culturale industriale: rivolto a dibattere il destino futuro di impianti industriali ora abbandonati. In maniera corriva, coloro che si occupano di un tale argomento sono definiti «archeologi industriali», inducendo all'equivoco che vede opposta l'archeologia, come conoscenza dell'antichità, all'industria, come attività del tutto moderna. L'equivocò non sembra abbia ragione di esistere: in quanto gli archeologi si rivolgono a conoscere l'antichità prevalentemente tramite l'applicazione della tecnica di scavo, e non attraverso la lettura dei testi antichi conservati oppure l'interpretazione degli oggetti antichi, pertinenti alle più diverse categorie produttive. L'archeologo si rivolge a svelare nella terra quanto di antico in essa si è conservato: operando al contrario di come la ricopertura, che ha nascosto quelle realtà, si è verificata nel corso del tempo. Egli inizia la sua scoperta dall'evento più recente: ad esempio, togliendo la terra vegetale sulla quale oggi camminiamo. Da qui si approfondisce, inseguendo a ritroso il tempo, fino a raggiungere la più antica documentazione che in quel luogo si trova. Oltre alla tecnica di scavo, l'archeologo deve possedere conoscenza sia di storia sia degli oggetti che si ritrovano nel suo scavo. Egli, cioè, deve essere in grado non solo di ritrovare, ma anche di interpretare. E sia la stratificazione di terre che il tempo e le azioni degli uomini hanno accumulato sui monumenti antichi sia i reperti rimessi in luce sono, in sé, muti. È l'intreccio e il confronto fra le tre principali categorie strumentali sopra ricordate che permette una lettura completa di quanto si è venuto scavando. Da quanto accennato si deducono considerazioni di raggio più ampio. Chi si fosse impadronito della tecnica di scavo ma ignorasse sia storia sia interpretazione dei reperti giungerebbe ad un risultato «muto» storicamente. Le stratificazioni sarebbero state svelate e rimosse con ordine; ì reperti sarebbero stati inventariati e conservati con altrettanto ordine; la documentazione sarebbe stata registrata compiutamente: ma che cosa di storico ci direbbe tutto questo lavoro? È all'interno di questi limiti metodologici che si riporta il dibattito sull'archeologia industriale. Applicare la tecnica dello scavo archeologico a realtà non antiche è del tutto ovvio ai fini di conoscerle: ove le notizie letterarie possedute non soddisfacessero appieno l'esigenza di conoscenza. Ma coloro che applicano la tecnica dello . scavo archeologico, per renderlo corrispondente all'esigenza del conoscere storicamente, devono possedere gli altri due strumenti interpretativi sopra accennati. Così che coloro che si rivolgono a conoscere un impianto industriale abbandonato devono essere esperti sia della storia di quell'impianto all'interno della storia produttiva ad esso contemporanea sia delle categorie formali pertinenti a quanto, verosimilmente, verrà in esso ritrovato. Un filone tematico intrecciato a quello dell'archeologia industriale si rivolge alla funzionalizzazione contemporanea degli impianti abbandonati ed investigati. Tema caro ad urbanisti, pianificatori territoriali, architetti ed anche a speculatori edilizi. Non è più certo il tempo dell'innocenza: e quindi anche quegli archeologi industriali che hanno contribuito a far conoscere meglio impianti ormai dimessi possono esprimere il proprio parere al riguardo. Ma ricordando che il loro contributo ha riferimento alla conoscenza di quanto è passato, di quanto ha tratto via dalla terra, non a quanto accadrà in futuro. Anche se dalla acquisita conoscenza del passato consegue una più motivata valutazione dell'eventuale conservazione nel presente e per il futuro. L'intreccio e il confronto fra le tecniche conoscitive necessarie per tentare di raggiungere una coscienza storica sempre più approfondita e razionale del passato appare essere esigenza non trascurabile. Chi, forte di padroneggiarne una sola, crede così di esserne l'interprete completo corre sovente il rischio di avvilenti capitomboli. Ad esempio, in una recente traduzione in italiano del Digesto, cioè del principale testo antico relativo al diritto romano, compiuta da una illustre schiera di storici di quel diritto, si legge che è soggetto alla pena di lenocinio «un gestore di terme... che ha dei sèrvi adibiti alla custodia degli indumenti a loro affidati in locazione», se questi servi si prostituiscono. La frase virgolettata non ha alcun significato in lingua italiana (che significa custodire indumenti «affidati in locazione»?): e non corrisponde né alla lettera né allo spirito del testo originale. La cui lettura, in latino, indica che è soggetto alla pena di lenocinio quel gestore di terme i cui servi, anche se da lui affittati (come era frequente durante l'antichità), adibiti alla custodia degli indumenti a loro affidati, dai frequentatori delle tenne stesse che si spogliavano per prendere il bagno, si prostituiscono. Il possedere anche in maniera approfondita una sola tecnica di conoscenza oltre che ad incidenti come quello ricordato porta anche a discussioni a proposito dell'autenticità, o della falsità, di reperti che non siano stati ritrovati in uno scavo archeologico controllato. In questi giorni divampa la discussione a proposito del così detto papiro di Artemidoro: nel passato, più o meno recente, si era discusso, senza trovare concordia di opinione al riguardo, della fibula prenestina, cioè di una «spilla» in oro databile entro il VII secolo a. C. con incisa un'importante iscrizione in latino arcaico; delle ben note statue in bronzo ritrovate nel mare di Riace; del così detto trono Ludovisi, consistente in una scultura, di forma inconsueta, ornata da tre bassorilievi figurati. È forse opportuno ricordarsi della necessità di essere umili: nessuno di noi, oggi, può pretendere di sapere tutto, in specie se l'oggetto del conoscere è parziale per definizione. Solamente un'indagine coordinata, condotta da più esperti in diverse categorie, può aver speranza di raggiungere risultati motivati e condivisibili. Un esperto di un'unica categoria appare, in una tale tenzone, troppo debole, in quanto parziale. Come se archeologi, da soli, volessero decidere sul destino futuro di impianti industriali, oppure ingegneri, anch'essi da soli, dell'autenticità del papiro dì Artemidoro.