II ritorno delle politiche museali e culturali, al centro del dibattito di questo giornale, pone interessanti quesiti sugli sviluppi del settore più importante per il rilancio della nostra città. Si potrebbe avanzare la seguente proporzione: la politica della cultura sta al nuovo corso come il ripristino del ciclo dei rifiuti sta al recupero della normalità. E non si tratta solo di un artificio retorico, basti ricordare come il museo spagnolo dell'Escorial prenda il nome dalla montagna di scorie sulla quale fu edificato. Inutile, quindi, lamentarsi della ridondanza ciclica del dibattito culturale, che rischia di generare un gioco somma nulla. Scopo del dibattito culturale non è allentare le tensioni quotidiane che aggrediscono la città, giocando sul sottile filo che separa ambiguità e ambivalenza. Non si tratta di proporre politiche oniriche da sostituire a quelle simboliche di epoca rinascimentale. L'elaborazione culturale che attraversa quotidiani e riviste, oltre a mostrare il livello di produzione scientifico-intellettuale delle classi dirigenti, rappresenta una traccia di civiltà, indispensabile a interpretare il presente, prima che a occultare le sue emergenze. Il richiamo alla cultura deve essere tanto più forte, quanto peggiori sono i crimini in cui Napoli ogni giorno sprofonda. Cultura come argine da ricostruire, seguendo traiettorie diverse e progettando finalmente su risorse umane, selezionate sulla base di competenze dimostrabili. Molto accattivanti sembrano gli spunti sollevati sul mancato decollo del Pan e sui rischi di duplicazione che il Madre propone. Essenziale è l'individuazione di strategie culturali sacrificando le scelte tattiche rispondenti a meri criteri di visibilità politica, per programmare l'incontro tra gusti, mode, nuove tendenze e un'offerta museale necessariamente allestita da professionisti del settore. In questo senso, un grande aiuto può derivare da uno sguardo comparativo rispetto ad altri modelli di genesi museale. La visione di Daniele Pitteri, su queste pagine, rivendica l'esigenza di costruire istituzioni museali capaci di coinvolgere cittadini e city users, richiamando l'esigenza di coordinare «interessi di natura differente (banche, istituzioni, università, imprese) e di generare rapporti costanti e organici», dimostrando di richiamare implicitamente gli studi internazionali più autorevoli. Tra i risultati di tali ricerche, emerge che la chiave del successo dipende dalle possibilità di costruire un "campo culturale" e non di limitarsi al lancio di istituzioni poco o per nulla permeabili. L'esperienza statunitense insegna, dati e documenti alla mano, che un modello alternativo alla visione statalistica della gestione culturale è possibile, ricorrendo alle donazioni private e alle fondazioni. Si dirà che il modello nordamericano è irripetibile e che la componente filantropica del suo agire organizzato è una delle radici culturali più antiche di quella tradizione democratica. Tuttavia, molte sono le indicazioni che possono derivare frequentando questa letteratura, specie per quanti intendono professionalizzare il campo museale napoletano. I modelli genetici sono almeno due: 1) Da un lato, il modello erudito che ha trasformato il museo «da istituzione educativa in istituzione di conservazione e cura» che ha prodotto una concezione più definita del concetto di «arte vera e propria» rinnegando nella «non arte» una serie indefinita d'oggetti troppo ancorati alla quotidianità. 2) Dall' altro si è affermato un modello alternativo d'organizzazione e gestione museale, ispirato dalle esperienze professionali maturate nelle biblioteche pubbliche e nei megastore, che si è caratterizzato per il suo impianto fortemente riformista. Si trattava di una concezione più ampia, volta a considerare artistici anche oggetti di uso comune ben disegnati, con un'arte pronta a recepire anche il valore delle riproduzioni. Al di là dell'evoluzione artistica successiva, ulteriormente rivoluzionata tra gli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso la pop-art (con la sua aspirazione a produrre immagini di massa), e senza addentrarsi nelle infinite trasformazioni successive, ciò che qui interessa è la necessità di affermare visioni complessive del fenomeno, riuscendo a riconoscere figure idonee a gestire il decollo museale. Ci aspettiamo, ad esempio, che il manager museale sappia fornire una definizione precisa dell'arte che intende organizzare; dei pubblici che intende mobilitare: se le élite culturali, la classe media istruita, oppure i ceti popolari, i tecnici e gli artigiani; delle modalità percettive: allestire piccole e sintetiche didascalie per un pubblico culturalmente attrezzato o viceversa ricorrere ai percorsi, e ai supporti educativi più svariati, per catalizzare l'attenzione, sperimentando esposizioni e misurando scientificamente le risposte del pubblico (fino all'utilizzo di test cognitivi); del tipo di strategie di budget da seguire: se incrementare le proprie collezioni, acquistando opere, oppure contando sulla dipendenza dai finanziamenti governativi e periferici. E ci aspettiamo di capire, in che misura il governo della cultura riuscirà a professionalizzare questo mondo, attraverso quali criteri, incentivando quali figure, con che sbocchi, con quali incentivi, con quali istituzioni.