POLEMICHE Alcuni frammenti di testo, una carta dell'antica Spagna e disegni di animali e volti umani: un affascinante documento attribuito ad Artemidoro al centro di una mostra di successo. Ma per il filologo Luciano Canfora non sarebbe autentico. E un abile falsario greco dell'Ottocento ci avrebbe messo lo zampino. La «querelle» è iniziata qualche giorno fa sul Corriere della Sera con un'intervista al filologo Luciano Canfora: oggetto l'autenticità del Papiro di Artemidoro, un reperto del I secolo a. C. Un raffinato documento, giunto a noi soltanto in frammenti (sarebbe stato utilizzato per rivestire una mummia). Secondo il professor Canfora, che intervistiamo qui a fianco, il papiro non sarebbe di Artemidoro, sarebbe databile ad un'epoca posteriore o, addirittura, sarebbe opera di un celebre falsario dell'Ottocento, il greco Costantino Simonidis. Alle tesi di Canfora ha poi ieri controbattutto, dalle pagine di Repubblica, lo storico dell'arte antica Salvatore Settis che conferma, invece, l'attribuzione del documento ad Artemidoro. Settis, con Claudio Gallazzi, direttore dell'Istituto di Papirologia dell'Università di Milano, aveva curato la mostra dal titolo Le tre vite del Papiro di Artemidoro che si è svolta nella primavera scorsa a Torino, sponsorizzata dalla Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo, proprietaria del contestato Papiro. È stato la vedette di una grande mostra a palazzo Bricherasio a Torino, è l'orgoglio della Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo che lo ha acquistato, su sollecitazione del ministero per i Beni culturali, alla modica cifra di 2.750.000 euro: è il papiro di Artemidoro di Efeso e si è trasformato nel caso archeologico del momento. Sulla sua originalità, infatti, si è scatenata una dura polemica che ha opposto due dei più grandi esperti dell'antichità classica del nostro Paese: Luciano Canfora e Salvatore Settis. La contesa sulla attribuzione del papiro all'autore greco è esplosa quando Canfora ha messo in dubbio l'originalità; lo ha fatto con un articolo sul Corriere della Sera, ma ne aveva già scritto sulla rivista Quaderni di Storia, di cui è direttore. Ne è nato uno scontro fra lo stesso Canfora (e il suo allievo Stefano Micunco) e lo storico dell'arte antica Salvatore Settis che ieri ha occupato addirittura due pagine de La Repubblica sostenendo al contrario l'originalità dei frammenti ritrovati. «Se hanno le prove dell'autenticità le producano. C'è un libro, II vangelo di Giuda, in cui alla fine l'editore elenca i mille tentativi esperiti per provare l'originalità del testo. Io mi aspettavo da Settis e gli altri lo stesso comportamento». Luciano Canfora, ordinario di filologia latina e greca all'Università di Bari, spiega all'Unità perché il papiro detto di Artemidoro non possa essere un originale. Professore chi era Artemidoro di Efeso? «Un importante autore vissuto fra la fine del II e l'inizio del I secolo A.C. Della sua vita non conosciamo molto ma sappiamo che intorno al 100 A.C., "uomo fatto", come dicono le fonti, fu a Roma a perorare la causa dei suoi concittadini oppressi dalla voracità dei pubblicani (gli esattori delle imposte) e che qualche anno dopo viaggiò per tutto il Mediterraneo. Un viaggio che gli diede la possibilità di comporre proprio la Geografia, l'opera di cui stiamo parlando. Già questi dati biografici ci spingono a dubitare della datazione del frammento. Se, come sostengono a Torino, risale al 50 A.C. si tratterebbe quasi di un autografo. Una rarità per il mondo antico». Professore, Lei ha espresso forti dubbi sulla cosiddetta teoria delle "tre vite" del papiro, ovvero i tre diversi momenti in cui il documento sarebbe stato scritto e disegnato. Teoria sostenuta invece da coloro che credono nell'autenticità del frammento. Perché? «Lo stile e la sintassi del testo greco portano ad un'epoca tarda. Si tratta di un'opinione condivisa oltre che da me anche da altri insigni colleghi. Verso la metà della prima colonna del papiro c'è un periodo che è sintatticamente insostenibile - due participi che fanno a pugni tra di loro - È evidentemente un colloquialismo di epoca basso-bizantina. Tutti questi elementi fanno cadere ipso facto la teoria delle "tre vite" che si sarebbero svolte infatti tutte entro la fine della età di Nerone, ovvero la metà del I secolo D.C. circa». Altro che bizantini. Lei ha addirittura sostenuto che il papiro potesse essere opera di un falsario greco vissuto nell'800, Costantino Simonidis. «Qui bisogna fare attenzione. Nella rivista «Quaderni di Storia» ho prospettato con estrema prudenza l'ipotesi Simonidis. La mia è soltanto un'ipotesi non un verità rivelata. Trovo quindi molto singolare che Salvatore Settis abbia scritto 12 colonne, di cui addirittura 10 per dire "non è Simonidis", senza chiarire come tradurrebbe quei passi controversi e come risolvere il problema sintattico. In altre parole elude il problema: che non è se il frammento è opera del falsario o no, ma che dalla lettura del testo emerge una lingua che non ha niente a che fare col greco classico. Su questo sono intransigente». Ma lei nutre dubbi anche sullo stile e il nome degli animali raffigurati sul "verso" del papiro. «Sono le didascalie, che contengono degli errori, a creare i maggiori problemi. A un certo punto l'ignoto autore salve, riferendosi a un uccello Aigilops in luogo di Aigipops. Una "svista" che nasce certamente dalla consultazione frettolosa dell'Etimologico magno pubblicato all'inizio dell'800. Ma c'è di più. Settis sostiene che - è il fulcro della teoria delle "tre vite" - che le raffigurazioni animali non ha nulla a che spartire col testo di Artemidoro, in quanto aggiunte posteriori. In realtà le citazioni animalesche del frammento vengono da ben tre autori diversi (il nostro, quello dei sogni, e un ulteriore Artemidoro, citato da Seneca, che si occupava di astronomia). Questa confusione dipende dal fatto che nelle enciclopedie dell'800 si credeva che i tre fossero la stessa persona. Un altro elemento nella direzione di Simonidis dunque. Inoltre Settis dice che le raffigurazioni animali riprese dall'"Artemidoro dei sogni" sono solo due. Invece sono dodici». Riferendosi alle raffiguarzioni animali ha parlato con una certa malizia di disegni che ricordano Goya... «Di quelle strane scene, cruente e movimentate per l'arte classica, avevo già parlato su richietsa di gallazzi (Direttore dell'Istituto di papirologia dell'Università di Milano) sul Magazine del Corriere il marzo scorso, senza ricevere alcun tipo di reazioni». Lei però ha una sua teoria anche sulle due teste umane presenti sul papiro. «In effetti gli storici dell'arte, soprattutto Adornato, si sono sforzati nel cercare di dare un nome a quei due volti. Ma io avrei un'altra idea. Senta cosa scriveva di Simonidis chi lo aveva conosciuto: "L'uomo è straordinario ma è la testa di lui che ci impressiona. Occhi penetranti, naso adunco, barba fluente, fronte divisa in due tratti". Se si guardano i volti del papiro, specie quello di profilo, mi pare che ci siamo». Del resto era un pittore. Allievo di allievi di David. Un altro che ai classici dedicò la vita.