DICI «papiro» e subito si disegna nella mente l'immagine di cose vecchie e polverose. Intorno a un papiro si sta snodando invece una rovente polemica culturale che movimenta questa densa fine estate, e man mano che si scava rivela i risvolti del giallo. Due i campioni che si sfidano in campo aperto, sulle pagine dei giornali, l'un contro l'altro armati del più sofisticato bagaglio filologico: Luciano Canfora, ordinario di filologia greca e latina a Bari, investigatore acribico dei buchi neri del passato, contro Salvatore Settis, potente direttore della Normale di Pisa, professore di storia dell'arte e dell'archeologia classica. Al centro del contendere il cosiddetto Papiro di Artemidoro, acquistato due anni fa dalla Compagnia di San Paolo e esposto per la prima volta al pubblico, tra squilli di tromba, la scorsa primavera nella mostra torinese di Palazzo Bricherasio. Un documento eccezionale del I secolo a.C, un unicum che unisce testo (un frammento della Geografia di Artemidoro) e disegni di varie epoche, tra cui la più antica carta geografica che si conosca, relativa alla penisola iberica: così l'avevano presentato i due curatori, il papirologo Claudio Gallazzi e appunto Settis. Un (non volgare, ma) abilissimo falso, secondo Canfora. Che ne scrive sul nuovo numero, a giorni in uscita, di Quaderni di storia, la rivista che dirige, arrivando a ipotizzare l'autore: tale Constandinos Simonidis, un greco vissuto nell'8OO, dottore in teologia e filosofia, pittore e «paleografo insigne» (come era riconosciuto ai suoi tempi), ma soprattutto geniale falsario. Sottili e stringenti le argomentazioni, di carattere filologico e paleografico, anticipate in un'intervista sul Corriere della Sera. Nel dibattito sono intervenuti papirologi e antichisti, e ieri, dalle pagine di Repubblica, ha risposto Settis. Alternando l'ironia («articolo spiritosissimo» ha definito il saggio del suo contraddittore) alla puntuale riconferma della validità delle proprie tesi. Non ci addentriamo nei tecnicismi della disputa. Indagando nel mondo degli addetti ai lavori emerge però che Canfora, in sostanza, ha detto quel che tutti sospettavano, e anzi da tempo sussurravano. Tanti i dubbi. Per esempio quello relativo alla misteriosa comparsa in scena del reperto, a metà degli Anni 90. Secondo la versione ufficiale, lo avrebbe messo in vendita un anonimo collezionista tedesco, dopo averlo recuperato da una maschera funeraria in cui era finito come cartapesta. Ma è credibile questa storia? Non è che le reticenze nascondono qualche imbarazzo sulla provenienza del reperto (dal 1972 tutti gli oggetti più vecchi di cento anni non possono essere esportati dall'Egitto)? E poi, quando si srotola un papiro, così come quando si restaura un quadro, si ha cura di documentare fotograficamente ogni fase dell'operazione: dove sono, in questo caso, le immagini? Oltretutto, ora si sa che il misterioso collezionista è in realtà un antiquario di Amburgo, Serop Simonian, un armeno originario del Cairo. E si sa che, prima di vendere il papiro alla Compagnia di San Paolo, per la cifra record di 2.750.000 euro, aveva provato vanamente a piazzarlo al Getty Museum di Malibu, all'epoca in cui ne era direttore proprio Settis. «Ne eravamo al corrente», dice Dario Disegni, responsabile culturale della Compagnia. «C'era stata una lunga trattativa con gli americani, ma non era stato raggiunto l'accordo economico» . Quel che gli acquirenti torinesi non sanno è che, in seguito, il papiro era stato offerto anche al re di Spagna (per via della mappa) e, forse, al British di Londra. Niente da fare. Anche con gli acquirenti torinesi la trattativa è stata laboriosa, ricorda Disegni: «Oltre a Settis e Gallazzi, abbiamo consultato diversi esperti, come facciamo sempre, per accertare la liceità della provenienza, l'importanza del reperto e la congruità del prezzo». Poi, come ha ricordato Settis, tutto si risolse in cinque minuti, quando il direttore della Normale si presentò alla Compagnia con l'allora ministro dei Beni culturali, Urbani, che spingeva perché all'Italia non sfuggisse un pezzo così importante. Si scopre però che la stessa direttrice dell'Egizio di Torino, Eleni Vassilika, non voleva saperne di esporlo nel suo museo. Ce lo rivela Canfora: «Me lo ha scritto lei mesi fa, via fax». Perché? Forse perché all'epoca in cui era direttrice del «Roemer und Pelizaeus Museum» di Hildesheim, in Germania, Simonian le aveva venduto una partita di reperti tra cui c'erano numerosi falsi: una vicenda per cui finì sotto processo. E anche Settis aveva dei dubbi, ci dice ancora Canfora: «A febbraio di quest'anno mi ha confidato che la maschera funeraria lui non l'aveva mai vista». Neppure Gallazzi, in realtà, ne parla chiaramente, limitandosi a scrivere, nel catalogo della mostra, di un semplice conglomerato di papiri di scarto: probabilmente anche lui non era del tutto convinto, visto che il reperto non presentava alcuna traccia della colla e del gesso che sarebbero stati impiegati per fabbricare la cartapesta e con questa la maschera. In ogni caso, continua Canfora, «alla fine Settis si era convinto: e proprio per via di quel buco...». Ossia quella lacerazione nel rotolo papiraceo, per cui alcune righe erano scomparse dal recto, ma per una felice combinazione si erano prima impresse a rovescio sul verso, in seguito a un'infiltrazione di umidità che aveva causato la liquefazione dell'inchiostro: un evento fortuito che nessun falsario avrebbe potuto determinare, a giudizio di Settis. Ma Canfora, che su Simonidis sta scrivendo un libro, è convinto del contrario. E sfida l'avversario a tutto campo: «Dice che gli inchiostri del papiro sono identici agli inchiostri vegetali antichi, come mostrano le analisi spettrometriche? Vediamo le perizie. Quando è stato pubblicato il Vangelo di Giuda, qualche mese fa, il National Geographic ha mostrato tutti i risultati delle indagini di laboratorio». Ecco, le perizie. E l'edizione critica. In attesa che dall'America, dove si trova in questi giorni, si faccia vivo Settis, per rispondere alle nuove contestazioni, dalla Compagnia di San Paolo Disegni non entra nella disputa, ma si limita a osservare -«stupito, perplesso» - che «all'epoca della mostra nessuna voce si era levata, mentre ora tutta questa polemica viene fuori prima che sia pubblicata la gigantesca edizione scientifica, sulla quale gli esperti potranno confrontarsi». Ma Canfora non ha bisogno di ulteriori accertamenti. Scusi, non è che c'è un po' di ruggine accademica dietro a tutto ciò? «Ruggine? Settis è un mio carissimo amico. Io gli avevo mandato le bozze del mio articolo, lui mi ha risposto per email. La discussione scientifica esalta l'amicizia».