Nella infinita casistica di condoni edilizi c'è anche posto per il condono fatto su un progetto, non su un abuso già eseguito. Con l'aggravante di essere richiesto e ottenuto in uno dei punti nevralgici del parco archeologico di Roma, il territorio dell'Appia Antica. E con la conseguenza paradossale di portare poi alla luce un tesoro archeologico. Anche questo è successo nell'ufficio condoni del Comune di Roma. L'epoca è decisamente recente, il giugno del '99. In via di Porta San Sebastiano, al numero 16, in quel tratto straordinario di bellezza che è già Appia Antica tra le Terme di Caracalla e la Porta di San Sebastiano un signore ottiene finalmente l'ok dall'ufficio condoni per due richieste di condono che risalenti al lontano 1986 impugnano la legge 47 dell'85. Trattasi di condoni per un ampliamento e una nuova costruzione, rispettivamente di 91 metri quadri e 10 metri quadri. I lavori non sono stati eseguiti. La Sovrintendenza archeologica non ha dato parere. Il condono viene comunque concesso. E subito dopo il proprietario, si immagina felice, vende la proprietà. L'acquirente, si immagina anche lui soddisfatto, appena comprato chiede di poter eseguire lavori di risanamento conservativo. Dichiara che non sono state presentate per l'immobile concessioni in sanatoria. L'immobile, mai ristrutturato ma già invece condonato, è praticamente un pollaio. Ma in quella zona è da considerarsi un pollaio d'oro. Siamo infatti nella Vigna Casali, le vigne seicentesche nate in quella zona dell'Appia e sviluppatesi nascondendo i resti archeologici, molto ricchi ovviamente vista la posizione del sito. Partono dunque i lavori di risanamento per il pollaio che risulta già condonato, con un condono profetico a futura memoria, ed ecco che scatta l'inconveniente destinato però ad arricchire il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano di una nuova opera d'arte, un raro altare di età giulio claudia subito ribattezzato per i suoi finissimi rilievi «L'altare degli Scribi». Siamo nel Duemila e dallo scavo effettuato nelle antiche vigne è riemerso un piccolo capolavoro all'interno di un ricco colombario di 11 sepolcri. Si tratta di un cippo in forma di altare in marmo bianco con varie figure in rilievo con scribi e «tabulae» e il defunto semisdraiato su un letto funebre (la kline) più una scena di acclamazione, una struttura perfettamente conservata alta un metro e venti e larga settanta centimetri. La dedica è della Tribù Quirina a Quinto Fulvio, uno scriba vissuto 32 anni. Gli archeologi recuperano il bene, studiano frettolosamente il colombario emerso, ma il proprietario chiede conto al magistrato e grazie a una dia (dichiarazione inizio lavori) effettivamente comunicata e in regola ottiene di poter continuare la sua ristrutturazione che si conclude infine con la ricopertura di terra del colombario. Resta fuori solo l'Altare e la sensazione di aver assistito a uno spettacolo pessimo di serie B in cui qualche mente fertilissima si è inventata il condono postumo, perché non si sa mai ed è sempre meglio avere in tasca un nulla osta per il futuro meglio che niente. E la sovrintendenza? Rita Paris, l'archeologa che sovrintende da anni a questo lembo così ambito e tartassato che si chiama territorio dell'Appia Antica, non nasconde il suo sconcerto. Dice: «Ma che cosa possiamo fare se come in questo caso non veniamo sentiti e neanche interpellati per i nostri pareri? Purtroppo per tutta l'Appia veniamo sommersi da una mole crescente di richieste di condono, almeno duemila pratiche, per parlare solo di quello che arriva a noi. Ma a volte, come abbiamo scoperto come nel caso di via di San Sebastiano, il nostro parere non è stato neanche richiesto. E vogliamo sostenere che non fosse un'area di interesse archeologico?».