Artemidoro. Quel papiro è autentico». Ieri Salvatore Settis, storico dell'arte antica, ha risposto su la Repubblica alle obiezioni mosse da Luciano Canfora sull'autenticità dell'importante reperto nel numero 64 della rivista Quaderni di storia e anticipate giovedì scorso dal Corriere della Sera. Un intervento atteso, quello del direttore della Normale di Pisa, che si è occupato della parte iconografica del reperto. Settis ripercorre innanzitutto la teoria delle «tre vite»: il papiro fu prima un'edizione di lusso del II libro della Geografia di Artemidoro di Efeso commissionata nel I secolo a. C, quindi un catalogo di animali disegnati sul lato verso; venne infine utilizzato per «disegni di figura tratti da sculture». Quindi Settis ricorda che il papiro fu trovato assieme ad altri 25 databili al I secolo d. C. La teoria di Canfora, a suo avviso, non regge sia per i rilievi scientifici condotti con gli strumenti più sofisticati anche sugli inchiostri, «identici agli inchiostri vegetali antichi», sia per una serie di considerazioni logiche e filologiche. Come e dove avrebbe potuto Simonidis procurarsi un papiro così grande? Come avrebbe potuto dotarsi di calami come quelli usati al tempo di Cleopatra? E soprattutto utilizzare un tipo di scrittura scoperta solo nel 1903, cioè dopo la sua morte? Settis registra peraltro il sospetto sulle incongruenze linguistiche e obietta a quello sul prologo inserito nel II libro. Esistono esempi di «prologhi al mezzo». Perché, si chiede infine lo storico dell'arte, tanto sospetto quando si scopre una novità? La discussione prosegue, in Italia e in Europa.