L'intervento di Salvatore Settis su la Repubblica di ieri, volto al fine di puntellate l'autenticità del Papiro di Artemidoro, costituisce in realtà un contributo notevole contro la tesi dell'autenticità artemidorea dello scritto e contro la fantasiosa teoria delle «tre vite». Preliminarmente infatti va ricordato che i problemi sono due: a) il testo contenuto nel papiro appare di epoca tarda; b) chi può averlo confezionato; e Simonidis è un candidato forte. Perché risaltasse la distinzione tra le due questioni ho collocato nei Quaderni di storia, n. 64 in parti ben distinte la trattazione delle due questioni. 1. Un testo sospettabile. È l'impressione ricavata da lettori di rango e confermata, a suo modo, da Settis nelle prime due delle dodici colonne del suo scritto. Lì si legge infatti che nel testo ricorrono: «qualche espressione nota da testi più tardi, qualche durezza del testo, qualche ragionamento poco chiaro, qualche incongruenza nelle distanze fra località iberiche»; egli inoltre ammette che nelle didascalie poste sotto le figure di animali ci sia «qualche errore e qualche stravaganza». Sia consentita una rettifica per quel che attiene ai disegni di animali: quelli menzionati da un altro Artemidoro, quello dei Sogni, e che si ritrovano nel papiro non sono «uno o due» (Settis) ma dieci. Dunque davvero il disegnatore aveva in mente gli Artemidori. 2. Proemio al mezzo? Lo ipotizza Settis per «salvare» le colonne 1 e 2, le quali costituirebbero l'inizio del libro secondo. E invece il carattere di inizio generale di tali colonne è evidente a qualunque lettore di testi. Sin dalle prime parole: «Colui che si accinge a un'opera geografica per dare un'esposizione completa di tale scienza ecc». Un inizio più inizio di così è difficile pensarlo, 3. Insensatezze. Ecco un esempio di quel che si legge nel proemio: «L'uomo si distende verso il cosmo e si consacra totalmente alle virtuose buone novelle delle maestosissime muse affinché il divino schema della filosofia lo renda santissimo nella virtù. Allo stesso modo il geografo, giunto sulla terraferma di un paese, e conosciuta la superficie del paese che gli sta intorno e di quelli che stanno altrove (sic), fermatosi, adatta la sua anima alla regione che gli sta sotto». Nella colonna 4 si dice addirittura che, da un fianco dei Pirenei, «si vede un bel pezzo (ikanon!) di Gallia» e, dall'altro, un bel pezzo di Spagna. Quanto alle righe sintatticamente insostenibili per accumulo di participi da me più volte segnalate attendo, da Milano o da altra parte del mondo, una traduzione. 4. Conflitti in seno al popolo. «En papyrologue», Settis evoca a raffronto della scrittura dell'Artemidoro il testo documentario vulgo noto come Papiro di Cleopatra. Nella pubblicazione scientifica (Archiv 1998) era scritto: «Non abbiamo trovato nessuna scrittura letteraria simile a questa». Auguri per l'edizione. 5. En papyrologue. Settis mi domanda: «Testi su papiro riconosciuti perché inglobano un frammento già noto sono centinaia: tutti falsi?». Rispondo: «La colonna 4 ingloba due frammenti di provenienza diversa: a) il fr. 21 di Artemidoro conformato alle varie correzioni testuali proposte nel 1849 da Meineke (e questo è quasi un miracolo); b) sei righi del Periplo del mare esterno di Marciano. La cosa si commenta da sé. 6. Preghiera. Che si parli ormai chiaramente della provenienza di questo manufatto e del suo approdo tra noi. Ci viene detto che, all'inizio del Novecento, esso si trovava nella collezione dell'assai discusso Khashaba Pasha. Chi sa questo sa anche il seguito del cammino del manufatto. Si tirino fuori i frammenti documentari che i restauratori tedeschi avrebbero trovato nella poco credibile «maschera» (che nessuno ha mai visto) insieme con il testo letterario. 7. Simonidis. Della sua infaticabile attività di paleografo insigne, come lo presenta Farrer, dirò in una biografia di lui. Settis non deve stupirsi per la capacità di Simonidis di mettere nello stesso prodotto due scritture diverse. È esattamente ciò che fece nel contraffatto palinsesto di Uranio (edito, ahimè, a Oxford da Dindorf) quando creò entrambe le scritture, quella antica e quella medievale. Simonidis produsse un'enorme quantità di falsi. Per fare solo un esempio, ricorderò che Thomas Phillips ne comprò varie decine (la collezione andò dispersa in varie vendite). Ma non pubblicò tutto, né vendette direttamente tutto ciò che produsse. Nell'ultimo tempo della sua vita dal 1867 al '90 visse in Egitto rifilò dei pezzi persino al grande egittologo Brugsch Pasha. Ne parla Seymour de Ricci. Ancora nel 1906 Papadopoulos Kerameus s'industriava a smascherare un suo falso sulla marineria bizantina. Per quanto bravo non poté seguire post mortem il destino di tutti i pezzi che aveva fabbricato e rifilato. Perciò la scena immaginata da Settis di lui che infierisce sulla sua creatura è oziosa. Allievo di allievi di David, come orgogliosamente si vantava, amò inserire figure virili barbate nei suoi falsi. Stefano di Bisanzio e Marciano di Eraclea, ma anche Giamblico, erano i libri di riferimento per le sue fabbricazioni.
II duello su Artemidoro. Canfora contro Settis: sbagli, è un falso
Un articolo di giornale discute l'intervento di Salvatore Settis su la Repubblica, che si è espresso contro l'autenticità del Papiro di Artemidoro. Settis sostiene che il testo contenuto nel papiro è di epoca tarda e che chi lo ha confezionato è un candidato forte, Simonidis. Settis analizza il testo e ne identifica alcuni problemi, come la presenza di espressioni note da testi più tardi, la durezza del testo e le incongruenze nelle distanze fra località iberiche. Inoltre, Settis ipotizza che il proemio del papiro sia un mezzo per salvare le colonne 1 e 2, che costituirebbero l'inizio del libro secondo.
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