Un po' di tempo fa, senza grandi fanfare, cominciò la voga dei "musei privati" in Cina: il primo fu quello di Ma Weidu un collezionista di Pechino, che nel 1996 ottenne il permesso di aprire il Museo di Arte Classica Guanfu. Poi fu la volta di un professore di Shanghai, che aprì il Museo della storia della sessualità cinese (chiuso dalle autorità). Poco dopo, sempre a Pechino, aprì il Museo di scultura folk Songtangzhai. In appena dieci anni i musei privati sono diventati circa 300. Come molto altro nel Paese, esistono in un limbo legislativo che fa sì che non siano né proprio legittimi, né illegali. Rappresentano un tentativo estremo, cocciuto, individuale, di aggrapparsi a quanto resta di antico per preservare la memoria storica e artistica del Paese. Molti di quelli che si lanciano in queste costose imprese sono uomini e donne usciti di fretta dalla distruzione della Rivoluzione Culturale e dal gelo che seguì la repressione del 1989, e che si sono buttati a capofitto nella possibilità di fare affari data loro dal successivo nuovo corso cinese. Il museo di Ma Weidu si trova alla periferia di Pechino, in direzione aeroporto; e occupa un'area di più di quattromila metri .quadrati. Sospinto il grosso cancello, ci si ritrova in una specie di cortile circondato da due palazzine bianche: una, a forma di "elle", è il museo. «Sono sempre stato un collezionista», spiega Ma, 51 anni: «fin da bambino, alcuni oggetti mi facevano innamorare. Per quanto riguarda le ceramiche e i mobili antichi, invece, è una passione coltivata da autodidatta: sono andato a scuola solo quattro anni, poi iniziò la Rivoluzione Culturale», dice, con grande sicurezza di sé. Ha fatto fortuna scrivendo focosi romanzi d'amore: il primo nel 1981, non appena venne concessa maggiore apertura all'editoria, un'epoca in cui «noi cinesi avevamo fame, vera fame di romanzi», e scrivendo copioni per serie televisive. Grazie alle rendite di libri e copioni, Ma ha potuto dedicare maggiori risorse all'amore per i mobili e le ceramiche antiche («fino a qualche anno fa, queste cose non interessavano nessuno e costavano pochi yuan, era facile trovare oggetti di valore a niente. Oggi invece i prezzi sono tutt'altra cosa») divenendo un esperto noto, le cui consulenze sono molto richieste. Al Guanfu infatti c'è sempre un via vai di persone venute a chiedere stime su vasi e oggetti con una certa apprensione in volto. Ma prende in mano le reliquie, le esamina con rapidità, e molto spesso conclude dicendo: «Nuovo!». «Non dico mai che si tratta di falsi», spiega, «perché se un oggetto è bello, e se vedo che il proprietario ci tiene, non c'è bisogno di dire: questa è una schifezza. Dico solo: è nuovo, il che non nega che possa trattarsi di una cosa attraente». Ha un modo di fare amichevole ma brusco, tipico di molti pechinesi, e un'incrollabile sicurezza nel suo giudizio: «Un conoscitore è un artista: puoi studiare, farti insegnare, ma devi anche avere talento naturale, fiuto, che sappia guidarti nella buona direzione. Quello non si impara», taglia corto. La collezione che si trova nel suo museo raccoglie ceramiche e mobili dalla dinastia Song (960-1279) in poi, e, al piano superiore, una galleria d'arte contemporanea non particolarmente brillante. Accantonando le sbruffonerie, Ma parla seriamente quando dice che, oggi, costruire questo tipo di musei è fondamentale, dato che «moltissime antichità sono scomparse, e bisogna fare il possibile per preservare un po' della nostra eredità culturale», dice. «Adesso, l'arte cinese comincia a essere quotata anche sul mercato internazionale, e ci sono aste frequenti, anche in Cina, sia di arte moderna che antica. Prima alle aste cinesi c'ero solo io, adesso vengono in tantissimi, anche chi non ci capisce niente, solo conia speranza di fare soldi: è come far mangiare un dolce a un contadino, gli piace da pazzi», esclama. Pur attento alla necessità di conservare e proteggere, Ma non mostra inquietudine davanti al fiorire dell'industria falsaria: «i falsi, in Cina, fanno parte della tradizione-anche del nostro senso dell'umorismo», dice. Non a caso, nella seconda palazzina bianca che si trova varcando il cancello del Guanfu, vi è un laboratorio dove vengono prodotte «riproduzioni perfette». «Perfette: di mobili e di ceramiche. Abbiamo riprodotto dei vasi Qing (1672-1911) così bene, che il nostro primo cliente è stato il Museo della Città Proibita!».
CINA: I privati si fanno il museo
Il museo di arte classica Guanfu di Ma Weidu a Pechino è stato il primo museo privato della Cina. Ma Weidu, un collezionista di 51 anni, ha iniziato a raccogliere oggetti antichi fin da bambino. Ha fatto fortuna scrivendo romanzi d'amore e copioni per serie televisive, e ha potuto dedicare risorse a questa passione. Il museo raccoglie ceramiche e mobili dalla dinastia Song in poi, e ha una galleria d'arte contemporanea. Ma parla seriamente della necessità di preservare l'eredità culturale cinese, data l'aumento dell'industria falsaria.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo