«CREDO di essere l'unico depositario della volontà di Zeri. Ed era, badi bene, una volontà scritta, testimoniata da uno scambio di lettere tra me e lui, a perfezionare l'intesa sul suo lascito all'università di Bologna». Alla vigilia del debutto della fototeca on line dell'archivio di Federico Zeri - un tesoro di trecentomila immagini di opere d'arte, tra le quali molte perdute - Fabio Roversi Monaco, rettore per 15 anni dell'ateneo felsineo, ora presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna - racconta in che cosa consisteva davvero l'accordo con il geniale storico dell'arte. Spiega, Roversi Monaco, e documenta, che Zeri decise di donare all'Alma Mater la sua villa di Casali di Mentana con il prezioso archivio, ma a patto che tutto rimanesse dov'era e che anzi la sua dimora-studio diventasse un centro di alti studi storici e artistici. Professor Roversi Monaco, come conquistò la fiducia di Zeri? «L'Ateneo di Bologna decise di conferirgli la laurea honoris causa in lettere. Me lo propose la professoressa Anna Ottani Cavina, io aderii con entusiasmo. E la cerimonia lasciò senza fiato Zeri. L'aula magna era stracolma, lui in trionfo, felice anche per l'anello che gli regalammo, creato da un maestro gioielliere di Bologna, sul modello di quello preparato dall'ateneo per Mussolini, che non lo ricevette a causa dell'attentato di Matteo Zamboni». E pensare che Zeri aveva nutrito sempre diffidenza per il mondo accademico...Però era anche un narcisista. «Si cambia, specie alle soglie della vecchiaia. Fatto sta che tra noi fu subito stima reciproca. E cominciò a lievitare l'idea di dare a Zeri un vitalizio importante, che al termine della trattativa, che condussi esclusivamente io, fu ipotizzato in 360 milioni di lire all'anno. Lui ci avrebbe donato la villa con tutti i beni in essa contenuti. Il percorso per chiudere l'accordo fu lungo. Ed è logico. Zeri voleva sincerarsi della serietà dei nostri intenti. Io avevo il pieno appoggio degli organi accademici e presi a intrecciare con lo studioso romano una serie di lettere e di telefonate. In ultimo l'accordo si definì in questo modo: ci donava i suoi beni, ma sarebbero rimasti a Mentana, dove avremmo creato e fatto fiorire un centro a lui intitolato. Da noi avrebbe avuto il vitalizio». Insomma, Zeri aveva eliminato ogni diffidenza. «Addirittura dovevamo incontrarci a Bologna all'inizio di ottobre 1998, dove i goliardi volevano festeggiarlo. E Zeri anticipò l'ok con una telefonata e un laconico: "Ho deciso". Poi però... Cambiò idea? «No, ma ebbe, credo, una sorta di presentimento. Fece un testamento olografo e lo depositò da un notaio alla fine di settembre. Nello scritto si limitava però a dire che donava quei beni all'università di Bologna, senza porre condizioni. Per una sorta di ritegno, per una estrema forma di generosità, credo. Poi perché era un galantuomo e si fidava di me. Perché sapeva comunque che la sua volontà era affidata al carteggio intercorso tra noi». Un presentimento, davvero, quel testamento improvviso. Perché poco dopo Zeri morì improvvisamente. Un infarto. Era il 5 ottobre 1998. «Ai funerali dissi che l'università avrebbe onorato gli impegni presi con Zeri e lo comunicai agli organi accademici, che condivisero la mia posizione. Ebbi qualche difficoltà con gli eredi per la donazione a noi fatta, ma poi ogni scoglio fu superato. E per tutto il periodo in cui sono rimasto rettore ho perseguito l'intento prefissato. Ho costituito la Fondazione Federico Zeri con sede in Mentana, sì proprio così, con sede in Mentana, come è scritto nello Statuto, a specificare che tutto doveva rimanere lì, per valorizzare nella memoria di Zeri la città garibaldina. Poi, il 31 ottobre 2001 ho cessato la mia attività di rettore. E le cose hanno cominciato a prendere una diversa piega. Capii che non c'era più, in ateneo, l'intenzione di rispettare gli impegni presi». Se ne dolse con il nuovo rettore, Pier Ugo Calzolari? «Gli scrissi ripetutamente, senza alcun risultato. Ma soprattutto volli rompere i rapporti con la professoressa Ottani Cavina, che pure mi aveva presentato Zeri. Ma tant'è: le carte e la fototeca dello storico cominciarono a essere spostate a Bologna esclusivamente per motivi di sicurezza. Comprensibile: inoltre erano a portata di mano dell'università, chi voleva consultarle non si doveva spostare fino a Mentana. Ma non era quello che Zeri voleva. E infatti lo spostamento doveva essere temporaneo. Il paradosso dei paradossi, poi, è che l'archivio, pur sistemato a Bologna, è stato messo sottochiave, non è materialmente accessibile a qualsivoglia studioso. Ora lo si potrà consultare solo in forma digitale. E oltretutto, per questa trasposizione telematica ci sono voluti otto anni. Zeri è morto nel '98 e solo oggi si inaugura il sito web». Che altro ha fatto, oltre che protestare con la professoressa Ottani Cavina? «Mi sono dimesso dalla Fondazione. Non intendevo più avere rapporti, non potevo sopportare il tradimento perpetrato nei confronti di Zeri e la beffa consumata ai suoi danni. L'università non ha versato nemmeno una mensilità del vitalizio che si prevedeva, e però s'è incamerata i suoi beni, oltretutto tradendo la sua volontà. Con me si sono dimessi Salvatore Settis, Mina Gregori, Antonio Giuliano, che era un suo grande amico. È stato uno dei momenti più sgradevoli della mia vita di rettore».
Fabio Roversi Monaco e Federico Zeri
Fabio Roversi Monaco racconta di come Federico Zeri, storico dell'arte, avesse donato la sua villa di Casali di Mentana e il suo archivio all'Università di Bologna, ma con alcune condizioni. Roversi Monaco, che aveva conquistato la fiducia di Zeri, gli aveva proposto la laurea honoris causa in lettere, che gli aveva fatto molto piacere. Successivamente, Roversi Monaco aveva cercato di convincere Zeri a donare la villa con tutti i suoi beni, ma Zeri aveva cambiato idea e aveva fatto un testamento olografo in cui si limitava a dire di donare i beni all'università, senza condizioni. Poco dopo, Zeri era morto improvvisamente.
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