Fino a che punto l'urbanistica si può considerare architettura? Certo, senza l'insieme di infiniti edifici non assisteremmo mai alla nascita d'una compiuta città. Eppure la «bontà» d'una pianificazione urbana dipende solo in parte dalla squisitezza dei singoli edifici; per cui possiamo anche ipotizzare l'esistenza d'una città urbanisticamente perfetta dove facciano difetto importanti esempi dell'arte del costruire. Ed è proprio quanto si verifica in molte delle tante metropoli presentate a questa Biennale. Che ha il pregio di aggredire e di sviscerare i tanti problemi di come si potrebbe e si dovrebbe vivere se le nostre città riuscissero a raggiungere quell'equilibrio che permettesse al cittadino una esistenza umanamente accettabile in una atmosfera urbana non inquinata né dallo smog, né dalla delinquenza. È appunto quanto si propone di illustrare l'attuale edizione veneziana la cui direzione dal presidente Davide Croff è stata molto opportunamente affidata allo studioso e architetto inglese Richard Burdett. La contrapposizione tra «città diffusa»città infinita che si estende a macchia d'olio e «città compatta» in sé conchiusa, è un altro dei grossi problemi agitati in questa sede. Ed è qui che inizia la corsa, da un lato, verso la diffusione illimitata, dall'altro verso la «condensazione» altrettanto pericolosa. La maestosa sfilata delle Corderie ci presenta, attraverso gigantografie, video, filmati l'attuale condizione di alcune metropoli, esemplarmente scelte: San Paolo, Caracas, Bogotà. Il Cairo, Istanbul, Johannesburg, Tokyo, Berlino, Barcellona, Los Angeles, Mumbai, e Milano-Torino (più che altro, penso, per compiacere l'Italia, dato che le due città non sanno cosa farsene una dell'altra). A queste metropoli vanno poi aggiunte, nel Padiglione americano, un quadro agghiacciante di New Orleans dopo la «visita» di Katrina. Ebbene, l'impatto di queste città (soprattutto per quelle di cui si possiede un personale ricordo) è eccezionale e ci ammonisce circa le possibili conseguenze del futuro. Il panorama che questa Biennale presenta proprio per le ragioni di cui sopra non ci permette di «scoprire» qualche nuovo protagonista o di ammirare più da presso le ultime opere dei grandi architetti attuali. Ma le ragioni profonde dell'attuale edizione sono ben altre. Ecco: quandoattorno alla metà del secolo scorso Siegfrid Giedion il grande storico dell'architettura bauhausiano difendeva drammaticamente il «Core of thè Town», la città, allora, non aveva ancora «perduto» del tutto il proprio cuore. Oggi, invece, è molto urgente al di là d'ogni tendenza e d'ogni stile mantenere una condizione di vita dignitosa alle sterminate masse che popolano le conurbazioni del nostro pianeta. E questo vale non solo per le 16 metropoli analizzate e documentate nel lungo percorso così ben coordinato da Aldo Cibic e Luigi Marchetti nella lunga sfilata delle Corderie all'Arsenalema vale anche per le città minori e persino per quelle «shrinkable cities» (ossia i centri urbani che invece di crescere si «rattrappiscono») illustrate nel padiglione Venezia. Ma per ricordare almeno uno degli esempi più significativi, in questo caso per merito dell'Italia, vorrei accennare al prezioso progetto ospitato nel nuovo padiglione italiano alle Tese, relativo alla fondazione, ex novo, d'una città posta nella pianura «fluviale» tra Verona e Manto-va appunto indicata come Verna e ordinato da Franco Purini. La serie di progetti, tutti di giovani architetti, è senza dubbio degno di essere realizzato anche per la coincidenza con uno dei punti più strategici dell'incrocio nord sud e est ovest che farebbe del nostro Paese un fulcro di attività non solo commerciali e industriali ma culturali e turistiche. Assieme a questa città nuova (che si differenzia totalmente dalle presuntuose neocapitali come Chandigarh o Brasilia) l'altro importante progetto italiano, questo dovuto all'iniziativa di «Risanamento», la società immobiliare di cui è presidente Luigi Zunino, riguarda due poderosi progetti: quello per Fex area Falk a Sesto San Giovanni, di Renzo Piano, e quello per l'area Milano Santa Giulia, di Normali Foster. Un ultimo cenno vorrei riservare sempre nell'ambito delle Corderie e delle Tesi al progetto «La città di pietra» (alle Artiglierie dell'Arsenale) curato da Claudio D'Amato Guerrieri, intitolato «L'altra modernità». Purtroppo gli esempi «marmorei» non sembrano oggi molto in sintonia con l'attualità, e tanto meno lo sono quelli che vorrebbero rivendicare alcune discrete operazioni dell'era fascista. Dopo aver tanto lottato contro Piacentini e i suoi accoliti, non mi sembra che gli esempi qui presentati valgano a riscattare una architettura che presentò tuttavia, durante il «ventennio», alcune prove eccellenti. Molto gradevole, per contro, e questa volta si tratta d'uno dei pochi progetti di «vera architettura», la «Metropoli» ossia la grande operazione architettonico-artistica realizzata a Napoli e ordinata da Benedetto Gravagnuolo e da Alessandro Mendini, alla quale hanno già collaborato molti noti architetti da Gae Aulenti a Mario Botta, dall'austriaco Podrecca, da Richard Rogers, da Risenmann. alla geniale Zaha Hadid. E, finalmente, mi piace ricordare, a conclusione di queste brevi note, il conferimento del Leone d'Oro della Biennale a Richard Rogers (anzi a Lord Rogers). Le sue operedal leggendario Beaubourg ali 'avveniristico edificio dei Lloyd di Londra fino all'aereo e raffinatissimo Barajas Airport, terminal 4, di Madrid sono di una coerenza e insieme d'una raffinatezza tecnologica tale da meritare un adeguato riconoscimento (anche per chi. come Ri-chards, è nato nientemeno che a Firenze).