Con la nomina di Rossana Interlandi (Mpa) ad assessore al Territorio e Ambiente della Regione siciliana si apre un nuovo capitolo per ciò che riguarda la gestione per i prossimi anni del territorio siciliano. Al varco di questa quattordicesima legislatura, ad aspettare il neo assessore, le accese polemiche sulle infrastrutture e il Ponte di Messina. E ancora, il piano rifiuti e i termovalorizzatori. Tutti fatti che assieme ad altri rischiano di mettere allo scoperto un assessorato che ormai sembra muoversi senza regole. A chiedersi cosa ci riservi questo assessorato una volta che non ha più una riforma urbanistica della quale occuparsi sono in molti. A chiederselo, a esempio, è il mondo professionale tornato a pianificare basandosi su una legge prerepubblicana risalente al 1942, a quando l'urbanistica si occupava del "regime" dei suoli. Se lo chiede pure l'ambiente universitario, come la facoltà di urbanistica di Palermo, dove centinaia di studenti che la frequentano si chiedono quali regole dovranno abituarsi a seguire in futuro. Se lo chiedono pure le associazioni di urbanistica, come l'Inu, l'Istituto nazionale di urbanistica, che ha visto sfumare l'iter parlamentare attorno alla riforma assieme con la chiusura del vecchio governo Cuffaro. L'unica novità al Territorio e ambiente, e sembra al momento essere la sola, è che l'assessore per la prima volta è una donna. Per il resto tutto è tornato come prima. Si riparte dalle stesse regole che consentirono il sacco di Palermo e diedero via al boom dell'abusivismo. Con i comuni, le province e la Regione che tornano di botto ad essere regolati dalla legge urbanistica regionale numero 71 del 1978. Una legge disattesa negli obiettivi e ritenuta da molti la causa dello scempio e del depauperamento delle risorse naturali e paesaggistiche isolane. Del progetto di dare alla Sicilia uno strumento moderno per la gestione del territorio, vicino ai modelli europei, non se ne parla più. L'ultimo "no" viene proprio del neo assessore all'urbanistica che in un convegno ha dichiarato che pur trattandosi di un tema importante, la riforma non rientra nell'immediato nell'agenda del governo. Da ciò l'insistenza a mettere sotto una pesante pietra il lavoro che ha visto impegnati per anni risorse, persone e istituzioni. I dibattiti e i convegni svolti in tutta Sicilia, le numerose convenzioni stipulate tra regione e le varie università, i nodi telematici per gestire le cartografie provinciali, gli accesi dibattiti tra i sostenitori e gli oppositori della riforma, sono tutti finiti in una gigantesca bolla di sapone. Chi e che cosa oggi governi il territorio siciliano, senza più un piano per fare un "piano", è difficile saperlo. Si sa solo che mentre alla Biennale di Architettura di Venezia si discute delle città futuribili, dalla Sicilia partono marce su Roma per questuare sotto le finestre del parlamento infrastrutture e Ponte per affidare più appalti al Sud. Così, mentre l'Inu non si arrende e presenta una nuova proposta in alternativa alla legge "Lupi", in Sicilia, senza un'altra riforma elaborata magari dalle opposizioni, si dovrà mettere la parola definitiva fine al lavoro dei tre docenti di urbanistica delle Università di Palermo e Genova, Bruno Gabrielli, Giuseppe Gangemi e Giuseppe Trombino. Una legge che nelle sue linee guida aveva goduto di larghi consensi da parte degli ambienti cosiddetti specialistici e accademici e che si era scontrata con qualche opposizione. Un iter, si ricorda, passato per le mani di tre assessori all'urbanistica: Bartolo Pellegrino, Mario Parlavecchio e Francesco Cascio. E con Rossana Interlandi, il numero degli assessori che non l'hanno vista approvare all'Ars, passa adesso a quattro. Un vero record al negativo. Un flop legislativo salutato con gioia da tutti quelli che credono che "cultura urbanistica" significa una seria minaccia ai propri affari. Ma anche con amarezza. Soprattutto da tutti quegli ambienti che attorno ad essa speravano di dibattere finalmente i grandi temi dell'architettura moderna siciliana.