A Roma il 21-22 settembre gli «Stati generali dell'editoria», obiettivo «investire per crescere» Un esempio: se la Calabria avesse avuto negli Anni 70 il tasso di lettura della Liguria, oggi la produttività della regione sarebbe di 50 punti più alta POSSONO cento, mille libri mettere in moto un'economia stagnante? Se l'Italia avesse letto di più in questi decenni le nostre aziende sarebbero oggi più floride? Pare così, dall'indagine sul lungo periodo, 1980-2003, di due economisti politici di Bologna e Trento, Antonello Scorcu e Edoardo Gaffeo. «Se la Calabria - dicono i loro dati - avesse avuto negli Anni 70 il tasso di lettura della Liguria, oggi la produttività della regione sarebbe di 50 punti più alta. Se nelle 20 regioni italiane il tasso di lettura fosse stato, nel 1980, pari a quello medio nazionale, avremmo avuto, nel 2003, 20 punti di maggior crescita della produttività per l'Abruzzo, 23 per la Basilicata, 24 per la Campania, 29 per il Molise». Altre cifre, che fanno una certa impressione: solo lo 0,43 delle spese annuali di una famiglia italiana riguarda l'acquisto di libri; solo il 45,8 dei dirigenti, imprenditori, liberi professionisti legge almeno in libro l'anno con 35-40 punti percentuali di distacco da Francia e Germania; una famiglia operaia destina ai libri la stessa quota di una famiglia di dirigenti, un po' di più rispetto ai lavoratori autonomi; solo l'11,9 dei giovani in cerca di lavoro legge per aumentare le possibilità di occupazione. Si è sempre saputo, dall'età dei papiri egizi, che conoscenza significa capacità di fare, in qualsiasi campo. Il mondo cultural-politico italiano ha dimostrato invece di non farne gran conto. Appena due anni fa, alla prima tornata degli Stati Generali dell'Editoria, il cui logo non a caso era e resta «più cultura, più lettura, più Paese» l'allora ministro dei Beni Culturali si espresse di fronte alla stupefatta platea di manager del settore che gli chiedeva fattiva collaborazione per la diffusione del patrimonio-libro, con battute-boutades,(trattavasi di provocazione?) che sortirono delusione e amarezza e da cui nacque quella manifestazione parallela e anche parzialmente «contro» che è il Forum di Bari organizzato dai Laterza con quasi tutti i grandi e piccoli editori arrivato alla terzo round (10-11 novembre prossimo). Benché in questo lasso di tempo alcune cose siano state fatte istituzionalmente (turn over ai piani alti del ministero, nascita dell'«Istituto del libro») in realtà sembra che finalmente solo oggi, alla vigilia (il 21 e 22 settembre a Roma, complesso monumentale di San Michele a Ripa) del secondo appuntamento con la convention editoriale più importante del nostro Paese, la situazione si stia rovesciando. Anche per le strettoie nelle quali il cammino della società italiana procede, il libro si avvia a diventare una voce determinante per i bilanci degli imperi finanziari. E proprio dai risultati dell'inchiesta, commissionata dall'Associazione Italiana degli Editori, partirà la due giorni romana, articolata in tre «focus»: sul valore della lettura, sul valore dell'editoria, sul valore dei contenuti. Con le tesi degli editori attorno alle «politiche della domanda», alle «politiche dell'offerta», ai problemi del patrimonio culturale, dei diritti, dell'internazionalizzazione, cui parteciperà il gotha dell'industria del libro italiana, partendo dai vertici Aie, Federico Motta, Gian Arturo Ferrari, Fernando Folini, Giulio Lattanzi con tavole rotonde di massimo livello, la presenza significativa del presidente di Confindustria Montezemolo per finire con la stesura di un «Manifestro degli editori» affidato all'editore Sergio Fanucci mentre a Rutelli, ministro dei Beni Culturali della nuova legislatura, toccherà prendere posizioni, e si ha qualche buona ragione per sperare, concrete. «Investire per crescere», è dunque la filosofia «anche» del libro. Perché, come ripete da sempre Motta, «l'aumento della diffusione della lettura fa aumentare la produttività e quindi affronta uno dei temi chiave dell'agenda politica italiana, quello della competitività». Assodato che le spese per la cultura piuttosto che un consumo sono un formidabile investimento, in un'«economia della conoscenza», quantità e qualità del «capitale umano», appaiono cruciali per il successo di imprese e nazioni. Capitale che si forma, oltre che nel punto cardine della scuola, anche grazie a quella «conoscenza informale» che è nutrita proprio dalla libera lettura (qui altri dati dell'inchiesta: in Italia i ragazzi che hanno in casa una biblioteca di almeno 100 libri ottengono risultati del 17 migliori dei coetanei che non ne possiedono, al contrario la presenza di più televisori risulta negativa, tre telefonini fanno addirittura diminuire i risultati scolastici medi...). Ma che cosa chiedono gli editori alle istituzioni e che cosa vogliono fare in proprio? In estrema sintesi le risposte di due leader dell'editoria, Giuseppe Laterza e Stefano Mauri. «Dallo Stato, non denaro. Ma finalmente organizzazione di un settore preda di posizioni contraddittorie tra diversi ministeri - dice l'erede-manager della gloriosa casa di Bari -, la tanto attesa legge del libro capace di dare certezze con la definizione del prezzo fisso, la difesa dei librai (colpevolmente lasciati fuori dalle imminenti assise). Nel mondo editoriale, minor spirito corporativo, da soli non si vincono le battaglie, coinvolgimento delle Fondazioni Bancarie (vecchie proposte), lavoro intenso attorno ai Presidi del Libro (ovvero il coinvolgimento dal basso dei promotori della lettura, dagli insegnanti ai bibliotecari alle famiglie, agli studenti stessi) da noi inventati e che dalla Puglia e dal Piemonte si sono estesi a molte altre regioni italiane: forte incentivo ad uscire dal modello unico della tv che ha depresso tutti gli altri consumi culturali». «Editori uniti, necessariamente - secondo il presidente e ad del gruppo Mauri Spagnol - in vista anche di impegnativi investimenti futuri, come la digitalizzazione del libro, acquistabile a pagamento attraverso una sorta di Google della nostra editoria. Il che presuppone naturalmente un grande lavoro e ampie sinergie per la creazione di uno standard (come sta avvenendo in Germania). Uniti, se necessario, contro lo Stato quando i suoi rappresentanti ostacolano, anche solo per disattenzione, la cultura». E Mauri cita, come esempio, l'erroneo recepimento della recente direttiva Cee in campo medico. Nata per bloccare abusi e favori personali (il «congresso si diverte» ecc) ma che, in Italia, ha preso di mira solo le pubblicazioni scientifiche: d'ora in poi destinate esclusivamente alle strutture sanitarie pubbliche, il che «taglierà fuori dall'aggiornamento gran parte dei medici». Fatto gravissimo per tutti. Tuttavia da Stefano Mauri giunge un invito, già da lui stesso lanciato al convegno di Vienna sul diritto d'autore: a considerare l'industria editoriale in prospettiva europea dove il contributo del libro al Gnp (il Pil continentale) è oltre l'1 a fronte dello 0,41 degli audiovisivi e lo 0,06 della musica. E in Europa l'editoria dà lavoro a quasi due milioni di persone. Un gran business. Però quanto per l'Italia?
La Stampa
16 Settembre 2006
Se cresce la lettura si moltiplica il Pil
MI
Mirella Appiotti
La Stampa
Artista / Persona
Bene culturale
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