LA notizia esplode nelle pagine di una rivista specializzata, i Quaderni di Storia diretti da Luciano Canfora, illustre antichista che insegna a Bari. Nel numero in edicola a fine mese si sostiene che il Papiro di Artemidoro, andato in mostra a febbraio al Palazzo Bricherasio di Torino per le cure di Salvatore Settis e Claudio Gallazzi, è un falso, probabilmente costruito da un greco dell'Ottocento, Costantino Simonidis, già dottore in teologia, pittore e papirologo per diletto, noto agli studiosi per le sue imprese truffaldine. Il diabolico falsario s'era inventato almeno tre opere già andate perdute, principalmente in campo geografico e storico. Sarebbe stata questa sorta di «specializzazione» a fargli resuscitare anche un libro della Geografia di Artemidoro, parimenti perduto, dedicato all'Iberia e corredato di una cartina (l'Andalusia?), l'unica che ci sia giunta dall'antichità. Peculiarità del papiro, finito in una maschera funeraria e da lì ricuperato intorno al 1980, il fatto che il testo sia inframmezzato da disegni di animali veri e fantastici e di particolari anatomici (mani, teste, piedi) che sembrerebbero appartenere a epoche diverse. Un album da disegno, unico anche questo, che ha consentito a Settis di ricostruire, nel catalogo Electa, la pratica delle botteghe artistiche nell'età di Cleopatra. Le prove addotte da Canfora e dal suo allievo Stefano Micunco si scontreranno con quelle portate da Settis, Gallazzi e dalla prof essoressa Kràmer dell'Università di Treviri. Tutti studiosi di riconosciuta autorevolezza, per cui il match si preannuncia durissimo. Non ho ovviamente titoli per pronunciarmi, se non la stima per l'assoluto rigore dei curatori della mostra e del San Paolo. L'affaire mi riguarda anche personalmente: come autore e come torinese. Come autore, perché la Compagnia per l'Arte della Compagnia di San Paolo mi ha commissionato un romanzo che è una libera reinvenzione narrativa della vicenda. Ha come titolo La misteriosa storia del papiro di Artemidoro, è uscito in prima battuta come allegato della Stampa e adesso è stato ripubblicato nei Tascabili Einaudi. Non sapevo niente dell'età ellenistica e una «full immersion» mi ha fatto scoprire una civiltà raffinata ed estrema, post-moderna, in cui ci sembra di riconoscere molti tratti della nostra epoca: la nevrotica Alessandria multi-razziale dei Tolomei come la New York di oggi. Il narratore, si sa, è libero di andare dove vuole e dunque il romanzo viaggia per conto suo. Come torinese, perché la contestazione di Canfora ci rivela che abbiamo in casa un'altra Sindone, beninteso laica, ma con forti punti di contatto con il sacro lenzuolo: un reperto di origini misteriose e provenienza avventurosa, capace di scatenare fantasie ed emozioni, adesioni e ripulse, entusiasmo e scetticismo. Anche se ci sarà risparmiato il conflitto tra scienza e fede, è atteso un fiume di opere dotte e divulgative, di convegni, di test scientifici sempre più sofisticati e, al tempo stesso, sempre più enigmatici. Città razionale e «meccanica», Torino sembra fatta apposta per offrire la giusta location al mistero. Destinato a una carriera onesta ma un po' prevedibile nelle sale del Museo Egizio, il Papiro di Artemidoro si avvia improvvisamente a diventare una di quelle star che tutti devono vedere per dire la loro. È ormai già consegnato a quei territori del mitico e del favoloso da cui nessuno potrà più strapparlo. Falso o vero, a questo punto non conta molto. Il caso richiamerà frotte di narratori e registi, molti simil-Dan Brown proporranno audaci collegamenti con le mistiche vicende del Graal. I cultori della fanta-storia banchetteranno per anni, si scateneranno i maestri della complottistica e della dietrologia. Se fino a ora il papiro aveva vissuto tre vite, la quarta appena avviata non gli farà un baffo.