Come farebbero mai Cavaradossi e Tosca a muoversi a Sant'Andrea della Valle tra dieci, venti file di sedie di plastica da bar di periferia? Nemmeno il più perfido e incolto dei registi contemporanei in vena di inevitabili «rivisitazioni» vorrebbe tanto male ai personaggi pucciniani da costringerli a cantare in mezzo a un tale scempio. La storia che Paolo Fallai ieri ci ha raccontato a proposito del Duomo di Anagni purtroppo non è incredibile. Al contrario rappresenta solo la punta di un fenomeno dilagante anche nella capitale del cattolicesimo. Nell' amministrazione civile dei musei è impensabile che un funzionario o un direttore decida autonomamente (come se si trattasse di casa propria) di modificare, rischiando di sfregiarlo, l'aspetto di un qualsiasi luogo d'arte. Disgraziatamente per le chiese romane, per gli appassionati d'arte (anche di quella minore) e persino per i fedeli sembra invece che qualsiasi parroco o qualsiasi sacerdote titolare di un tempio cattolico possa muoversi in assoluta, piena e incontrollata libertà. Le sedie di plastica? Sono all'ordine del giorno (se ne sono viste anche a San Paolo fuori le Mura e persino a San Giovanni in Laterano). Non parliamo di altre appendici sempre più diffuse: le candele elettriche al posto di quelle autentiche, magari collocate sotto un altare barocco. Per non dire dei nuovi confessionali post-moderni tanto sicuri dal punto di vista della privacy (porte che si chiudono, sedie per parlarsi con calma, luci discrete) quanto in terrificante contrasto con un contesto unico al mondo (un terribile esempio, Sant'Ignazio) Appunto, il contesto: sembra che a molti religiosi romani continui a sfuggire il senso di questa espressione che obbligherebbe a rispettare, anche nei dettagli, la storia e il senso stesso di un monumento legato a un'attività viva come il rito religioso popolare. È vero, la fede non bada all'esteriorità ma all'interiorità. Ma anche la perdita di «panorami inferiori» legati alla memoria e alla tradizione religiosa e insieme culturale può ferire più d'una coscienza tanto quanto una predica inutilmente banale, polemica, lunga. Speriamo che al Duomo di Anagni spariscano presto quelle sedie adattissime a una festa agreste di partito. E che anche qui a Roma cominci una seria riflessione su un problema che appassiona credenti, storici dell'arte, turisti. In fondo questa è la città di un Papa come Benedetto XVI che saggiamente interpreta la forma come una autentica, eloquente manifestazione della sostanza.