Ancor prima dell'apertura al pubblico di domani, la mostra mantovana di Palazzo Te dedicata al Mantegna continua ad alimentare polemiche sorte dopo l'iniziale rifiuto opposto al trasferimento da Brera a Mantova del «Cristo morto». Questa volta a far discutere è la collocazione assegnata in mostra al dipinto, una sistemazione giudicata inaccettabile dal curatore della rassegna di Palazzo Te, Mauro Lucco, che ha rassegnato per protesta le sue dimissioni dal comitato nazionale per le celebrazioni del Mantegna presieduto da Vittorio Sgarbi. La decisione di dimettersi Lucco l'ha presa l'altra sera al termine della presentazione della mostra, in aperto dissenso con Sgarbi. «È una decisione - ha dichiarato il professor Lucco, che è anche curatore della recente mostra su Antonello da Messina alle Scuderie del Quirinale - che avevo maturato da tempo. Nasce dal fatto che, essendo stato costretto a mutare qualcosa nella struttura della mostra, ho ritenuto ovvio a tutela della mia immagine dimettermi dal comitato nazionale stesso». Lucco avrebbe voluto assegnare al «Cristo morto» prestato da Copenaghen quel ruolo centrale nel percorso espositivo che invece è toccato al «Cristo morto» proveniente dall'Accademia di Brera. C'è dunque, a parere Lucco, un grande divario tra le due opere dello stesso Mantegna. «Il pittore - dice il professore - dipinse il "Cristo" di Brera intorno al 1470 e se lo tenne finché visse perché riteneva, a ragione, di aver raggiunto nella sua sperimentazione un traguardo di grande rilievo. L'altro quadro, oggi conservato in Danimarca, è meno sperimentale e più facilmente comprensibile dalla gente. Ma è anche di straordinaria qualità quanto a esecuzione tecnica e concezione luminosa, con l'alba in controluce, le due donne che stanno arrivando al sepolcro e tutte le altre persone intente a lavorare nei campi o sorprese lungo la strada».