Non so se ha ragione Silvestri sul manifesto a dire che il 2006 è stata la più bella edizione della Mostra d'arte cinematografica di Venezia, ma penso che abbia sicuramente ragione quando dice che è stata salvata solo dagli autori presenti. Nel senso che - a parte le passerelle di rito - le istituzioni non hanno certamente dato alla Biennale quel sostegno che tutti si aspettavano. Sostegno peraltro "dovuto", visto che il festival di Venezia è ancora un'istituzione pubblica, la più importante in Italia e tra le più importanti nel mondo, e visto che a minacciarla ora sono la mancanza di fondi pubblici e una "festa" privata. Non lo ha dato il sindaco di Venezia - peraltro vicepresidente della Biennale -che prima minaccia di mettere mano alla pistola se lo Stato darà un solo soldo alla Festa di Roma e poibrilla per il suo rumorosissimo silenzio e la totale assenza dal Lido. E non Io ha dato fino in fondo il ministro per i Beni e le attività culturali che promette sì soldi per il nuovo palazzo del cinema, ma solo dopo che si saranno trovate le risorse private. L'hanno sostenuta invece gli autori di tutto il mondo che con i loro film hanno portato a Venezia emozioni e storie dei loro paesi scegliendo ancora una volta la Biennale come migliore "vetrina" per le loro opere. E l'hanno sostenuta gli autori italiani che con le loro "giornate" hanno messo in piedi un piccolo laboratorio di quella che potrebbe, io penso dovrebbe, essere una Biennale riformata. Mi riferisco non solo alla straordinaria selezione dei film, ma soprattutto a quegli incontri quotidiani organizzati alla "villa degli autori" nei quali si parlava di cinema e dei problemi che quest'inverno il cinema italiano in particolare dovrà affrontare: dal contratto di servizio con la Rai al diritto d'autore, dalla riforma del Centro sperimentale al ruolo del gruppo cinematografico pubblico, dalla nuova legge per il cinema alla Convenzione dell'Unesco per la promozione delle diversità culturali fino al futuro della stessa Biennale. Laboratorio perché la Mostra del cinema di Venezia ha certamente e tragicamente bisogno di un nuovo palazzo del cinema, ma ormai questo non è più sufficiente. È l'istituzione Biennale di Venezia che va ripensata con un progetto che faccia di questa istituzione un luogo permanente di ricerca, sperimentazione, discussione ed elaborazione che coinvolga tutta la città, le forze culturali e le avanguardie di tutto il mondo. Le "mostre" dei diversi settori diventeranno così i momenti espositivi di un'attività e una ricerca durata tutto l'anno. Sono Venezia e la Biennale insieme che vanno ripensate: l'una ha bisogno dell'altra, non si cambia l'una senza cambiare l'altra. E solo con un progetto permanente che coinvolga - sul piano ideativo e su quello logistico - tutta la città, si potranno trovare anche quelle risorse alternative che occorrono. Ma per fare questo serve che le istituzioni pubbliche a tutti i livelli - dal Ministero al Comune di Venezia, alla Provincia e alla Regione - investano da subito nella Biennale energie, elaborazioni, progettualità, risorse umane edeconomicne. E alle giornate degli autori si è anche sperimentato un modo di lavorare sulla proposta di riforma per il cinema che forse il ministero dovrebbe fare proprio, a fronte invece di un convegno che si è svolto sempre a Venezia, sempre sullo stesso tema, in presenza del ministro. Organizzato dalla Confindustria e dal Sole24 ore insieme alla Biennale si è svolto il 31 settembre un incontro sulla futura legge per il cinema al quale sono state invitate esclusivamente le forze imprenditoriali. In quel convegno sono avvenute alcune cose gravi dal punto di vista istituzionale e dal punto di vista politico. Dal punto di vista istituzionale perché l'on. Colasio, presente in quanto segretario della Commissione cultura della Camera, in veste appunto istituzionale, si è invece giovato del suo ruolo per parlare esclusivamente come uomo di partito (Margherita) indicando i principi contenuti in una proposta di legge che porta il suo nome come quelli che ispireranno la futura legge dello Stato italiano. Ancora una volta ci si è sentiti dire basta con l'assistenzialismo, basta con il Fus, il cinema è industria...: tutto il contrario cioè di quello che è scritto nel programma dell'Unione. E grave politicamente perché appunto nessuno, nemmeno il ministro Rutelli presente tutto il tempo, ha mai ritenuto di dover fare riferimento a quello che è scritto nel programma di governo per la cultura e per il cinema e in base al quale in molti hanno votato per l'Unione. In quella sede si è verificata una frattura all'interno dei partiti che fanno parte della colazione di centro sinistra. Gli autori cinematografici hanno invece organizzato un seminario a "porte chiuse" invitando produttori, sceneggiatori, distributori, esercenti, critici, giornalisti, le forze politiche dell'Unione e i presidenti delle Commissioni cultura del Senato e della Camera. Una trentina circa di persone che pei una intera giornata hanno discusso e lavorato intorno a un tavolo per mettere a punto i nodi della nuova legge cinema così come prevista dal programma di governo, definendo il ruolo e la forma giuridica del Centro nazionale per la cinematografia, le fonti di finanziamento, l'antitrust. Su tutti i punti si è alla fine trovato l'accordo di tutti. Su tutti i punti si è riconquistata l'unitarietà tra le forze politiche presenti e le forze culturali e professionali. Il "tavolo" delle giornate degli autori sulla legge cinema continuerà a lavorare. Sta adesso alle istituzioni confrontarsi con quelle elaborazioni. E sta adesso alle istituzioni mettere a punto nel più breve tempo possibile le riforme di cui ha bisogno la cultura in questo paese: il centro sperimentale di cinematografia, la legge per il cinema, per il teatro, per la musica, la Biennale di Venezia, il sistema delle comunicazioni. L'intervento sulla cultura non può che essere unitario: non si può parlare di produzione senza parlare di formazione, di fruizione, di accesso alla cultura, di condizioni di lavoro, di diritti di tutti i cittadini. Lo ripetiamo: la cultura non ha più tempo.