Mantova. UN "maxi-evento diffuso", una doviziosissima saga dell'arte e della cultura, per celebrare 500 anni dalla morte (erano ieri) del «fondatore della pittura umanistica nell'Italia settentrionale» (Adolfo Venturi, 1914); per molti il padre, e per Augusto Gentili, invece, lo «zio della grande pittura veneziana»; che fa «stupire» Goethe; per Castiglione «ha un perfettissimo stile», tale d'accomunarlo solo a «Raffaello, Michelangelo, Leonardo e Giorgione»; prototipo del «pittor di Corte», appunto nell'Italia delle Corti. Andrea Mantegna nasce a Padova, matura a Verona, e trascorre gli ultimi 46 anni a Mantova: una ricca rassegna in ciascuna delle città; accompagnate da altre, più specialistiche, che, alla fine, formano una "collana" d'una dozzina d'esposizioni. I numeri descrivono l'evento: in totale, 870 opere esposte, tra cui una settantina sue, da 140 musei del mondo; coinvolti 60 studiosi, oltre gli 80 componenti del comitato nazionale presieduto da Vittorio Sgarbi; sei cataloghi di Skira, due di Electa, uno ciascuno di Marsilio e Silvana; ed il ministro, Francesco Rutelli. inaugura la prima rassegna. Eccezionale panoramica; eccezionali prestiti; e perfino uno scoop assoluto. A Padova toma («per quanto umanamente era possibile», dice il sindaco Flavio Zanonato), la Cappella Ovetari, nella chiesa degli Eremitani, «eccellente perle meraviglie della prospettiva» (Montesquieu), «dove si sono formati gli artisti posteriori, come ho visto nei quadri di Tiziano» (Goethe). Il peggiore di tutti gl'insulti nella II Guerra mondiale: sbriciolata da una bomba aerea 1' 11 marzo 1944. Ricostruiti eli snazi. come erano: restaurati alcuni degli affreschi del primo mirabile ciclo mantegnesco; pure risistemati, con un'"anastilosi informatica", alcuni tra le decine di migliaia di frammenti dipinti, raccolti allora e sempre rimasti in casse; proiettato' sul muro quanto manca. Almeno l'effetto, è garantito; l'insulto, un po' riparato. Ed altri scoop minori, ad ogni mostra: due inediti, che lo stesso Sgarbi e Lionello Puppi hanno attribuito; i prestiti dello strepitoso Cristo in pietà sonetto da due angeli (da Copenaghen), di opere dallo studiolo di Isabella d'Èste (da Parigi), della Paia Trivulzio (da Milano), affiancata alla veronese di San Zeno (che poi ritornerà in chiesa), la Sacra Famiglia di Dresda e via elencando, compresi i coevi, e perfino parenti (di Giovanni Bellini, una strepitosa Madonna da New York: lui sposa la figlia di Jacopo, Nicolosia). Peccato solo che i trionfi di Cesare non possano lasciare Hampton Court (ma qui c'è una copia, pur ridotta), e molto sia sparito: come i dipinti della cappella vaticana di Innocenzo Vili Cybo, distrutta nel 1780 per fare posto ad un museo, o le Sette tavole già di Cristina di Svezia. Però, fin dall'esordio della mostra padovana, si capisce parecchio: i rilievi di Donatello per la Basilica del Santo chiariscono l'incipit di Mantegna, e spiegano perché allora la città si fa capitale d'arte; n'è stato trovato perfino il (proba-bile)primo, delicatissimo, disegno. E a Mantova, accanto alle mostre, la Camera Pietà, o degli Sposi (per Ludovico e Barbara Gonzaga; inarrivabile ideazione; definita, già allora, «la più bella camera del mondo»), e gli altri luoghi dove egli vive, o discute (le architetture di Leon Battista Alberti: come lui, un grande "riscopritore della romanità"), dipinge, e perfino muore e ora giace. E solo la data della sua morte si può celebrare: perché la nascita resta, tuttora, per nulla documentata. Uno dei massimi maestri, da seguire per mostre nelle città della sua esistenza: immense piccole città d'Italia, ancora troppo avulse dai percorsi della conoscenza, e perfino del turismo anche nostrano, come giustamente osserva Rutelli le critiche sono poche. Forse, che in qualche mostra siano troppi i dipinti: anche belli, però di autori secondari, o minori, poco "potabili" per il grande pubblico; che, nella rassegna delle sculture di Mantegna e del tempo, a metà tra tanti conflitti ed il buon gusto, chi presiede il comitato nazionale ed è il curatore abbia inserito una mezza dozzina di opere che a lui appartengono; in alcuni casi, i corredi didascalici e didattici sono alquanto latenti: forse, c'è chi vorrebbe capire meglio o di più, senza doversi portare al seguito cataloghi per una trentina di chilogrammi. Ma è poca cosa, di fronte al tanto che viene sciorinato, da qui fino alla metà del gennaio 2007, grazie all'unità d'intenti (perfino bipartisan) di Stato, Enti locali, banche. Dopo le polemiche, è a Mantova anche il Cristo morto di Brera, che (per Vasari) «è certo invenzione difficile e capricciosa». Non mancano le curiosità: una Battaglia di Pollaiolo sembra quasi modello per la Danse di Matisse, nel moto circolare dei personaggi; la metà di un Sansone e Dolila di Francescc Morone, un Casorati o Carrà; il volto d'un San Girolamo di Francesco Benaglio pare uscite da un film di Eisenstein. Insomma, un grande e riuscito sforzo: per illustrare il Rinascimento ed un suo immenso protagonista, che «intende l'antichità in modo romantico» (Berenson); ogni cui pennellata regala un volto di donna o bambino, frutta, armature, festoni, che comunque sono di strabiliante finezza ed invenzione, e mai banali o scontati; che si rivela a nemmeno vent'anni, ed ha po' il coraggio di ritrarsi, nella Camera degli Sposi, berretta ir capo, a colloquio con i suo: signori, e sul loro medesimo piano; ed invece corrusco, nel bronzo votato al suo stesso tumulo, nella chiesa di Sant'Andrea. Dove giace, poiché se n'è andato, giusto ieri, esattamente mezzo millennio fa, «a hore diecenove».