Ho l'impressione che, nella nostra cultura, domini la paura della morte: nessuno deve morire, ma, se si muore, lo si deve fare di nascosto. Anche le città, anche i monumenti, non devono morire, non devono dunque invecchiare, non devono mostrare le rughe del tempo, la decadenza, le trasformazioni, i danni; infatti ogni edificio deve rinascere dalle sue rovine, lo si deve ricostruire come era o come si suppone che fosse, con gli stessi materiali, in modo che nessuno si possa accorgere che quella è solo una povera invenzione della nostra paura, la paura del tempo che ci assedia, corrode, trasforma. Ma non è certo, questa, una storia nuova.Un tale tipo di restauro è stato riproposto e diffuso in Occidente nell'Ottocento da Eugène Viollet Le Duc anche se, prima di lui, tutta la tradizione accademica lo ha praticato come evocazione rassicurante del passato. Dunque Viollet Le Duc per decenni restaura i monumenti di mezzo Paese e, quando non sono rìcostruibìli, li reinventa come dovevano essere; è questo il caso del castello gotico di Pierre-fonds, o delle mura di Carcassonne. Non basta: a Notre Dame di Parigi le sculture distrutte dalla rivoluzione del 1789 sono rifatte per intero, a centinaia, e così accadrà nella gran parte delle cattedrali gotiche di Francia e poi, troppe volte, in Occidente. Si dirà, restauri ottocenteschi, restauri del passato. Certo, ma non troppo. Nel secondo dopoguerra, quando si dovevano restituire i simboli di un'Italia semidistrutta, a Bologna il soprintendente Barbacci recupera abilmente la Loggia dei Mercanti e, a Firenze, Ragghianti propugna la ricostruzione di Ponte a Santa Trinità fatto saltare dai tedeschi. Lo stesso si viene facendo a Londra bombardata, e a Dresda, e a Varsavia. E adesso? Si dirà: San Giorgio al Velabro semidistrutto era un 'offesa portata dalla mafia al patrimonio della nazione e andava recuperato; giustissimo e benfatto, ma qui sembra si affermi che non siamo davanti a un caso specifico ma alla nuova linea del restauro architettonico del futuro. Possiamo quindi pensare che tutto quello che appare incompleto, o danneggiato, possa, anzi debba, essere ricostruito. Ebbene, Viollet Le Duc lo avrebbe certo fatto, che cosa aspettiamo a proporre la ricostruzione del Colosseo e quella dei Fori Imperiali? Certo Mussolini non era arrivato a tanto, aveva solo fatto realizzare modellini in scala, ma perché non osare? Non persuade troppo neppure quella limitazione che si scopre fra le righe e che appare chiudere la ricostruzione alle architetture, dunque non si falsificheranno sculture e pitture? Davvero? Abbiamo peraltro letto dì recente che s'intende ricostruire il Mantegna degli Eremitani di cui restano frammenti modesti e dispersi di circa il 7 della superficie dipinta, dunque avremmo o una accettabile griglia fotografica oppure un falso pittorico colossale e, di questo passo potremo fare molto. Per esempio reinventando, per il piacere dei turisti nippo-americani, grandi cicli pittorici scomparsi dalle Battaglie di Anghiari, e di Cascina di Leonardo e Michelangelo affrescate a Palazzo Vecchio a Firenze, ai Pisanello e Gentile da Fabriano di Venezia e di Roma, per arrivare a Giotto e Piero della Francesco a Napoli e a Firenze, e via delirando. Insomma, dobbiamo decidere se la nostra è la cultura della storia, della lunga durata, e quindi anche del rispetto dei monumenti come ce li consegnano le vicende del passato e come ha sempre suggerito la più grande sequenza di storici dell'arte che abbia avuto l'Occidente, da Adolfo Venturi a Pietro Toesca, da Cesare Brandi a Giulio Carlo Argan, da Cesare Gnudi a Carlo Ludovico Ragghianti a Roberto Longhi, oppure se la nostra sta per diventare una generazione di falsificatori. Sia pure con le migliori intenzioni turistico-amministrative. Ben venga insomma San Giorgio al Velabro, ma fermiamoci qui.