A Padova la prima tappa per scoprire il grande artista Gli anni di formazione nella rassegna agli Eremitani Gli affreschi frantumati dalle bombe Il restauro Ovetari un miracoloso puzzle Alla Gran Guardia di Verona la Pala di San Zeno ma non solo da Padova C'era tutta l'intellighenzia politico-amministrativa, scientifica e organizzativa, schierata per la conferenza stampa della mostra Mantegna e Padova 1445-1460. L'ambiente era quello solenne della chiesa degli Eremitani. A fare gli onori di casa è stato il sindaco di Padova Flavio Zanonato; tutti hanno sottolineato come questo evento, unico e triplice, sia stato realizzato grazie alla rete di rapporti che si è creata fra istituzioni pubbliche, enti e privati. Davide Banzato, direttore dei Musei Civici, ha sottolineato come la sede espositiva degli Eremitani sia la più adatta per la mostra del cinquecentenario di Mantegna, anche per la sua contiguità con la cappella Ovetari, della quale si festeggia il recupero, a un sessantennio dalla drammatica distruzione. A curare l'allestimento della mostra è stato Mario Botta, che per la prima volta si misura con un'esposizione temporanea. «Un incarico da far tremare le vene ai polsi», ha detto l'architetto ticinese, spiegando che le opere, decontestualizzate, andavano collocate in modo che potessero suscitare emozioni nei visitatori. Protagonista, come sempre, col suo eloquio fluente e provocatorio, Vittorio Sgarbi ha ricordato che Mantova aveva un primato che la rendeva degna di essere l'unica sede della mostra: Mantegna vi trascorse, infatti, ben 46 anni della sua vita, realizzando l'impresa più grande. Ma già nel 1961, celebrando i 500 anni dall'inizio del soggiorno, la città lombarda aveva organizzato a Palazzo Ducale un'esposizione che, coi suoi 200.000 visitatori, aveva aperto la stagione delle grandi mostre d'arte nel mondo. Da allora, su Mantegna, era sceso il buio fino alla mostra di Londra del '92. Quella che si apre ora in tre sedi - Padova, Verona e appunto Mantova - è una grande mostra di Stato, per la quale si debbono ringraziare quelli che, "non molto spontaneamente", hanno prestato le opere. La mostra padovana - curata da Davide Banzato, Alberta De Nicolò Salmazo e Anna Maria Spiazzi - è dedicata agli anni fondamentali della formazione, e riunisce alcune testimonianze della civiltà figurativa di quegli anni, in cui nella città del Santo si confrontavano personalità artistiche di diversa provenienza. Il percorso espositivo inizia con quattro formelle di Donatello per l'Altar Maggiore del Santo, comprende opere di Antonio e Bartolomeo Vivarini (per la prima volta è stata ricomposta gran parte del polittico per la chiesa di San Francesco a Padova), dello Squarcione, dello Zoppo, dello Schiavone, di Jacopo e Giovanni Bellini. Di Mantegna vediamo, fra le altre, la splendida Madonna con il Bambino addormentato proveniente da Berlino, il San Marco proveniente da Francoforte, una tavola del Polittico di San Luca dalla Pinacoteca di Brera, la Sant'Eufemia di Napoli (presente da dicembre), la Madonna con il Bambino fra serafini e cherubini (Madonna Butler) di New York, il San Girolamo in un paesaggio di San Paolo, il San Giorgio dalle gallerie dell'Accademia di Venezia. Sono presenti saggi di ricomposizione dei frammenti degli affreschi della cappella Ovetari ad opera della anastilosi informatica attualmente in corso. A documentare la straordinaria stagione artistica padovana intervengono anche disegni (con opere, fra di altri, di Albrecht Dürer e Antonio Pollaiolo) e codici manoscritti con straordinarie miniature. Anche il ministro per i Beni Culturali Francesco Rutelli ha sottolineato - nella conferenza stampa - la coralità del lavoro svolto, che ha accomunato più governi. Quello di Mantegna è un evento straordinario che offre l'occasione di compiere un nuovo tipo di "viaggio in Italia", che non celebri solo i monumenti più famosi, ma renda onore anche alle altre inestimabili ma meno note bellezze. «Noi abbiamo fatto il possibile e il bilancio è positivo». È soddisfatto Gianluigi Colalucci, direttore dei lavori di restauro che hanno restituito gli affreschi di Mantegna nella cappella Ovetari di Padova, distrutta da un bombardamento nel 1944. Presentato alla stampa il risultato di questo complesso intervento di recupero ha quasi del miracoloso, in quanto si è trattato di rimettere insieme un puzzle di migliaia e migliaia di frammenti nella parete sud della cappella. Finanziato per intero dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (che complessivamente ha stanziato oltre un milione e mezzo di euro) il restauro è stato portato avanti negli ultimi dieci anni in previsione delle celebrazioni del quinto centenario della morte di Mantegna che si aprono in questi giorni con mostre a Padova, Verona e Mantova. Il sogno di restituire almeno in parte il capolavoro di Mantegna al godimento del pubblico era però iniziato subito all'indomani del bombardamento, quando l'intera cittadinanza accorse a raccogliere i frammenti degli affreschi distrutti. A riordinarli nel 1946 fu Cesare Brandi, che ideò un primo progetto di recupero affidato agli esperti dell'Icr da lui fondato. Gli 80 mila frammenti, molti non più grandi di un francobollo, furono messi nelle casse, in parte catalogati e, ricorda Colalucci, furono ricostruiti due soli pannelli, quelli che presentavano difficoltà minori. Quando nell'immediato dopoguerra fu ricostruita la cappella (secondo però modifiche apportate agli inizi del Novecento per salvarla dai danni causati dall'umidità) furono riallestiti soltanto i pannelli inferiori dipinti da un giovane Mantegna agli esordi della sua carriera, pieni di uno straordinario vigore e visionarietà prospettica. La lettura degli affreschi però era irrimediabilmente compromessa, anche perchè l'architettura della cappella mostrava un abbassamento del pavimento e lo spostamento al centro dell'altare. Inoltre, ha ricordato Colalucci, i pannelli restaurati da Brandi erano stati allestiti come quadri e posti sulla parete di sinistra invece che quella di destra. Il progetto concretamente ripartito agli inizi degli anni 2000 ha puntato tutto sulla tecnologia. Un metodo informatico elaborato dall'istituto di fisica dell'Università di Padova, detto di anassilasi informatica, ha infatti permesso di catalogare e ricollocare migliaia di frammenti altrimenti destinati a giacere nella casse. I circa 7 mila frammenti ricollocati sono tutti di grande interesse - ha aggiunto lo studioso - «ognuno di essi presenta una qualità pittorica splendida». Senza contare che l'intervento di restauro è un'opera in progress e secondo lo studioso molti altri frammenti possono essere recuperati. «C'è una leggenda metropolitana - commenta Colalucci - secondo cui ce ne potrebbero essere parecchi anche in molte case di Padova. Magari questa iniziativa invoglierà qualcuno a riconsegnarli». Oltre 200 tra dipinti, disegni, incisioni, miniature, sculture, medaglie, cassoni dipinti; circa 100 musei e collezioni di tutto il mondo coinvolti nell'impresa. Questi i numeri di "Mantegna e le Arti a Verona 1450 1500", dal 16 settembre al 14 gennaio nel Palazzo della Gran Guardia, parte integrante del progetto del Comitato Nazionale per le celebrazioni del quinto centenario della morte di Andrea Mantegna, articolate anche nelle mostre di Padova e di Mantova. Il nucleo della mostra veronese è rappresentato dalle due opere realizzate da Mantegna per Verona: la Pala di San Zeno del 1456-59 e la Madonna in gloria tra i Santi Giovanni Battista, Gregorio Magno, Benedetto e Gerolamo nota come Pala Trivulzio, eseguita per la chiesa di Santa Maria in Organo del 1497 (ora al Castello Sforzesco di Milano). La Pala di San Zeno è alla mostra sulla via di un intervento di restauro che inizierà subito dopo e che è previsto della durata di due anni. Accanto ad essa verranno presentati disegni preparatori, le straordinarie riflettografie del disegno "soggiacente" e, la predella raffigurante La Crocifissione conservata in Francia dalla fine del Settecento e per questa unica occasione ricongiunta all'opera. La Pala e la Madonna in gloria tra i Santi rappresentano il fondamentale punto di partenza per gli artisti veronesi del periodo e segnano, idealmente ma anche concretamente, l'inizio e la fine dell'intervallo temporale entro cui si sviluppa l'arte del primo Rinascimento. Le due monumentali opere dipinte da Mantegna per Verona esercitarono anche localmente un profondo influsso sull'arte contemporanea e successiva, imprimendo di sé un'intera cultura artistica sia per quanto riguarda la pittura e la scultura sia per quanto riguarda l'architettura. Da questi importanti nuclei di riferimento la mostra prende avvio, per presentare il multiforme mosaico culturale veronese del tempo, tra i più alti dell'intera sua civiltà figurativa. Per la prima volta è possibile ammirare, riunite, le più importanti opere dei maggiori artisti attivi a Verona nel seconda metà del Quattrocento. Sono dipinti attualmente ospitati in musei e collezioni di tutto il mondo, e raccoglierli consentirà non solo di avere un quadro chiaro della realtà culturale veronese dell'epoca ma anche di valutare l'autografia di opere ancora di incerta attribuzione e di risolvere problemi tuttora aperti (ad esempio le influenze pierfrancescane sul gruppo delle Madonne di Francesco Benaglio). Da questo eccezionale momento artistico emergono personalità di grande interesse, ancora poco studiate, ma tutt'altro che minori, come quelle di Francesco Benaglio (circa 1432-1492), Francesco Bonsignori (circa 1460-1519), Liberale da Verona (1445- 152629), Francesco Dai Libri (circa 1452 prima del 1514), Domenico Morone (circa 1442- dopo il 1518) e i suoi allievi. Il percorso espositivo dedica particolare attenzione alla miniatura e al disegno, esposti e presentati insieme ai coevi codici e incunaboli, la cui produzione costituisce una delle esperienze più caratterizzanti del periodo e un'ampia sezione è dedicata alla cultura antiquaria e all'architettura veronese ispirata a modelli classici.