Il dibattito Un dibattito sugli interventi di restauro conservativo viene riportalo sul numero speciale del Bollettino d'arte edito dal ministero dei Beni culturali e presentato ieri a Roma 4. Il Bollettinoè dedicato a San Giorgio al Velabro, distrutto dall'attentato di dieci anni fa e il cui restauro è stato realizzato tra il 1993 ed il 1996. Tra gli studiosi che hanno animato il dibattito, Antonio Paolucci e Paolo Marconi, Ruggero Martines e Giovanni Carbonara. «Era inevitabile, logico, evidente. Dopo trent'anni di cemento armato, plexiglass, cristalli, resine e altri materiali contemporanei incompatibili con le forme antiche, si è capito che non si poteva andare avanti. E così si torna a forme e a elementi compatibili col bene di cui ci occupiamo». Bruno Zanardi (docente di Teoria e storia del restauro a Urbino, già allievo di Giovanni Urbani, mitico direttore dell'Istituto superiore del restauro dal '73 all'83, non si stupisce più di tanto commentando le notizie che arrivano da Roma a proposito del volume speciale del Bollettino d'arte del Ministero per i Beni e le attività culturali dedicato alla chiesa di S. Giorgio in Velabro, ricostruita «com'era e dov'era» dopo l'attentato terroristico che l'ha distrutta in buona parte del 1993. Intere porzioni di muratura sono state rifatte a mano e inserite tra l'antico grazie a un attentissimo uso dei rilievi grafici e fotografici. Completamente ricreata tra il '93 e il '95 è, per esempio, la cornice alla sommità del portico con le mensoline e i «denti di lupo»: un caso (filologico») di vero-falso o falso-vero... Il caso romano del Velabro costituisce un punto di svolta nel restauro italiano abituato fino a oggi a interventi con materiali contemporanei nel nome della «visibilità» dell'operazione? Sì, assicura Antonio Paolucci, soprintendente speciale per il polo museale fiorentino: «Vent'anni fa l'architettura antica degradata veniva spesso ricostruita con resine e materiali orrendi. Oggi è emerso con chiarezza, ed era ora, che è finita quell'epoca. Si torna alla reintegrazione nei materiali e negli stili. Si tratta di sostituire i pezzi mancanti ma di farlo bene, recuperando tecniche antiche attraverso lo studio dei documenti. L'inversione di tendenza ci fa piacere, in vent'anni abbiamo visto tante brutture». Qualcuno già parla di «effetto Dresda»: dopo un bombardamento si ricostruisce «rifacendo» ciò che c'era anche a costo di non rendere più distinguibile, a un occhio poco esperto, l'antico dal rifatto. E' capitato anche col palazzo di via dei Georgofili a Firenze, pure quello raso al suolo dal terrorismo. II nodo è evidentemente essenziale in un Paese sismico come il nostro. Tutto nasce, racconta Ruggero Martines, soprintendente regionale del Lazio per i beni ambientali e architettonici, dalla carta del restauro voluta da Cesare Brandi nel 1972: «In quel momento Brandi si preoccupava giustamente delle esagerazioni di molti architetti, dei troppi arbitri interpretativi visti fino a quel periodo anche in nome della "modernità". Il timore di Brandi era squisitamente, e correttamente, di natura storico-artistica». Ma come spesso accade in Italia, da un eccesso si precipitò nell'altro. Brandi teorizzò l'attenzione allo «stato del rudero» (considerato bello in sé) per evitare massacri? Bene, qualsiasi intervento si bloccò in ogni parte d'Italia. Tutto ciò, spiega Zanardi, ha prodotto «ogni mancata progettazione nel settore del restauro. La struttura burocratica addetta ha colto l'occasione della filologia offerta da Brandi per non intervenire. Si lasciava tutto così com'era e in più si ottenevano anche meriti scientifici per quel "non intervento". Ci fu insomma un uso capzioso e frainteso del pensiero di Brandi. Guardiamo l'incredibile caso del Palazzo della Ragione a Milano che esternamente resta una rovina mentre è piena, all'interno, di ogni postmodernità...». Allo stesso Palazzo della Ragione, come esempio in negativo, rimanda Paolo Marconi, ordinario di restauro dei monumenti all'Università di Roma Tre nonché professore di teoria e tecnica del restauro architettonico presso la Scuola archeologica italiana di Atene: «E' un caso davvero orribile. Di fatto è stato trasformato in rudere». Marconi è favorevolissimo a un restauro architettonico che preveda ampie ricostruzioni: «Bisogna pensare all'architettura come a una lingua. L'intervento sull'antico si somiglia nei due casi. Se io sono un filologo classico e mi trovo di fronte a un brano di Cicerone mancante di una parte nella metà, sono di fatto obbligato a ripristinarlo: a patto che conosca bene quella lingua. Ricordo che nel caso di San Giorgio ci fu chi propose di risolvere il problema della loggia con un pezzo di legno che citasse appena ciò che c'era. Assurdo. Colpa di certi professorini universitari e impiegatucci della soprintendenza». Sempre Marconi (autore di un affascinante studio dedicato a una vasta ipotesi di ricostruzione di antiche realtà architettoniche di Roma andate distrutte dal 1870 in poi, tra cui il Porto di Ripetta, il Porto di Ripa Grande, un isolato di via Giulia) accusa: «L'eccessiva fiducia nella tecnologia e nell'uso di materiali contemporanei ha distrutto la grande tradizione dei nostri artigiani cedendo il posto a pensiline in titanio e altre insensatezze. I tagliatori di pietra, i manovali specializzati oggi sono introvabili. Colpa anche del costo della manodopera. Ma oggi, come insegna la Francia, l'immigrazione può costituire una risorsa straordinaria in questo campo». Una sola accortezza in questo vento di novità, avvisa in largo anticipo Bruno Zanardi: «Attenzione perché l'effetto Disneyland può incombere su di noi. Va bene l'abbandono dei restauri fin troppo "filologici". Ma non perdiamo mai di vista Brandi. Ed evitiamo diversi eccessi». Suggerimento ottimo per quest'Italia che sembra detestare le vie di mezzo.
2462003 - Restauri, tramonta il tabù della ricostruzione
Il Bollettino d'arte del Ministero dei Beni culturali ha presentato un numero speciale dedicato alla chiesa di San Giorgio al Velabro, distrutta dall'attentato di dieci anni fa. Il restauro è stato realizzato tra il 1993 e il 1996 con interventi di restauro conservativo. Tra gli studiosi che hanno animato il dibattito, Antonio Paolucci e Paolo Marconi, Ruggero Martines e Giovanni Carbonara. Il dibattito è stato incentrato sull'uso di materiali contemporanei nel restauro, considerato incompatibile con le forme antiche. Antonio Paolucci sostiene che è necessario tornare alle forme e agli elementi compatibili con il bene di cui si occupa.
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