In questi giorni si sta dibattendo sull'eventualità che il cosiddetto silenzio assenso possa applicarsi anche alla materia dei Beni culturali. A monte di tale ipotesi, vi è più generalmente la domanda: può la necessità di una pubblica amministrazione ritardare, o ostacolare, iniziative che si ritengono produttive? Ai fini di una corretta riflessione, è subito opportuno sgombrare il campo da equivoci o malafede: si da per scontato che un pubblico funzionario persegua il bene pubblico all'interno delle regole che guidano la sua specifica responsabilità. Per quale motivo, quindi, si origina il sempre più largo ricorso alla procedura del silenzio assenso? È più che un sospetto che, almeno per quanto riguarda i Beni culturali, i motivi principali di tale ricorrente tentazione siano addirittura due. Uno di questi può identificarsi nell'assuefazione e nel disinteresse nei confronti dei beni culturali. Ne abbiamo talmente tanti (e di frequente si fa ricorso alla panzana che da soli ne possediamo più di tutti gli altri Paesi del mondo) che averne uno di più o uno di meno non cambia nulla. Lo scarso controllo sulle regolamentazioni urbanistiche e la ricorrenza ai condoni sono fatti che hanno rafforzato, nel sentire comune, un tale atteggiamento corrivo. Il secondo motivo consiste nell'avvilente situazione delle risorse professionali, a tutti i livelli, al servizio dell'amministrazione dei Beni culturali. Non saremo qui ad elencare le carenze, dai sovrintendenti ai livelli inferiori, dai restauratori agli assistenti. Basterà rimandare a quanto da più parti si è già detto e scritto senza che, fino ad oggi, si possa intravvedere una inversione di tendenza. La sempre crescente contrazione delle risorse professionali a disposizione dell'amministrazione dei Beni culturali non è stata, ancora, bilanciata da concessioni di gestioni a Regioni ed enti locali anche se, di frequente, le Regioni contribuiscono a sostenere i costi del restauro e della gestione complessiva. (Peraltro, va ricordato che, con la nostra Costituzione ancora vigente, la tutela è competenza esclusiva dello Stato). Il ridottissimo numero dei dirigenti e dei tecnici impiegati nell'amministrazione dei Beni culturali ed in quelle, poche, regionali e locali, si confronta, in maniera stridente, con la quantità di diplomati e laureati in Beni culturali che le università licenziano ogni anno. In una tale schizofrenia c'è qualcosa di patologico. Dal perverso intreccio dei due principali motivi appena accennati origina la goccia cinese del silenzio assenso il quale è sintomo del male, ma non è tanto male in se stesso. Il desiderio, in assoluto condivisibile, di velocizzare le necessarie procedure di legittimità si impantana nella carenza di risorse professionali che proprio a quelle procedure debbono far fronte. Se quanto affermato corrisponde alla situazione reale, e se davvero si vuoi tener fede all'articolo nove della Costituzione tutelando il patrimonio culturale italiano non è (solo) contro il silenzio assenso che occorre protestare. Occorre (anche) che parlamento e governo operino per dotare il Paese di un'amministrazione, pubblica ai diversi livelli istituzionali, rivolta ai Beni culturali ed adeguata allo spessore storico e materiale dei nostri monumenti, delle nostre aree archeologiche, dei nostri musei, di quanto ancora rimane del nostro paesaggio. Se proseguirà la politica della lesina a proposito della disponibilità delle necessarie risorse professionali, fra qualche tempo le attuali discussioni sul silenzio assenso saranno rimpiante: di fronte all'incuria ed alle distruzioni che saranno perpetrate, non sarà più necessario attendere la scadenza dei termini per ottenere l'assenso. Sui nostri Beni culturali regnerà il silenzio, quello tombale.