Un convegno internazionale attira l'attenzione sui siti campani: dall'ex Italsider di Bagnoli al Belvedere di San Leucio Sebbene gli studi sul patrimonio industriale abbiano dimostrata del tutto erronea la versione postunitaria di un Mezzogiorno esclusivamente agricolo, un difficile impegno attende i pochi volenterosi schierati a difesa dei resti materiali del primo industrialismo meridionale, giunti fino a noi per rimproverarci della nostra ignavia. Dalla carta del Liri e del Fibreno alla metalmeccanica e cantieristica napoletana, dal polo cotoniero salernitano a quello siderurgico calabrese e finanche al distretto minerario siciliano (sale, zolfo), solo per citare i settori più noti, al momento dell'Unità l'industria meridionale era infatti una realtà in espansione e ad essa facevano corona una miriade di manifatture artigiane applicate ai settori più disparati (dalla seta casertana e calabrese, alla carta ed alla pasta amalfitana), molte delle quali sopravvissero alla crisi postunitaria per poi declinare fra Otto e Novecento per ragioni ancora non del tutto indagate. Di questa significativa realtà produttiva sopravvivono oggi numerose testimonianze, un importante patrimonio culturale che potrebbe costituire motivo per una doverosa revisione storiografica e magari per un rilancio del ruolo socio-economico e politico del nostro Mezzogiorno. Quanto rimane del patrimonio industriale campano sarà oggetto di un itinerario di visita, che dal 18 al 20 settembre prossimi vedrà impegnati una parte degli oltre quattrocento studiosi dei vari continenti, convenuti in Italia in occasione del "XIII International congress del Ticcih" (The international committee for thE conservation of the industrial heritage), sezione consulente dell'Unesco per i siti industriali. L'importante appuntamento scientifico si terrà da domani a lunedì a Terni, nel complesso industriale oggi recuperato a museo e centro culturale e negli studi cinematografici allestiti nell'ex stabilimento elettrochimico di Papigno. Dopo la chiusura ufficiale del convegno, si potrà scegliere fra due iti-nerari di visita affidati alle sezioni regionali dell'Aipaiil primo diretto al Nord, dalla Liguria al Veneto, il secondo (tour breve), in Campania. I convegnisti che avranno scelto l'itinerario meridionale, lunedì pomeriggio visiteranno il Belvedere di San Leucio (già Manifattura reale della seta, 1789), ospiti del Comune di Caserta e il giorno seguente la città di Gragnano, dove la visita a vecchi e nuovi pastifici e la degustazione di prodotti tipici sarà organizzata e offerta dal Consorzio dei pastai "Gragnano Città della Pasta". Proseguiranno quindi, via Agerola, per la vicina Costiera, dove nel fiordo di Furore potranno visitare il piccolo Ecomuseo, insediato nell'ex cartiera Viviani e ad Amalfi, la parte urbana della celebre "Valle dei Mulini", un tempo sede della locale manifattura cartaria (a mano o a tino), con visite alla cartiera di F. Amatruda, la sola ancora attiva, al "Museo della carta" (nell'ex cartiera di N. Milano) e al "Centro di cultura e storia amalfitana", accolti dagli studiosi locali, dove un tipico "coffee-break" sarà offerto dalla Comunità montana amalfitana. L'ultimo giorno del tour sarà napoletano e riguarderà l'area ex Italsider di Bagnoli e la Città della Scienza, ospiti della Bagnoli Futura e dalla Fondazione Idis, quindi il Museo ferroviario di Pietrarsa a Portici, al momento però ancora chiuso al pubblico. Alla fine di queste note, è doveroso ricordare come la nascita delle acciaierie di Terni siano legate, negli anni del secondo Ottocento, sia alla rinuncia dello Stato unitario all'industria pubblica meridionale, in parte dismessa o ceduta, sia al sacrificio del villaggio siderurgico di Mongiana, nelle Serre calabre, sorto un secolo prima per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Invano il Comune di Mongiana, in difesa di oltre un migliaio di posti di lavoro altamente specializzati, chiese al Parlamento la possibilità di riconvertire i vecchi impianti militari per le necessità della vita civile. Con la chiusura degli stabilimenti, parte delle attrezzature e non pochi artieri calabresi furono trasferiti a Terni per dar vita alla nuova fabbrica d'armi ed al primo centro siderurgico nazionale, ma il doloroso sacrificio non fu mai ripagato, come sappiamo.