Erano strumenti di lotta politica, erano l'estensione pulsante dell'impegno barricadero, gli schizzi neri e rossi dì una fame vorace di parole, di ragioni Io ho ragione, No, io ho ragione l'alfabeto di una passione bruciante, sempre al limite tra lo slogan e un'incombente guerra civile. Si chiamavano «scritte», "scritte sui muri», non ancora «graffiti». Era l'Italia degli anni Settanta. A metà degli anni Ottanta era già finito tutto. Quando abbiamo occupato l'università erano i tempi della Pantera quasi nessuno di noi maneggiava bombolette. Due anni fa, nell'inferno del G8 genovese, né i buoni delle Tute Bianche, né i cattivi dei Black Bloc hanno lasciato quantità significative di scritture murali. O è finita la politica, oppure alla politica non interessa più quel tipo di comunicazione, così immediato, strillato. Adesso la funzione primaria del graffito non è più comunicativa, bensì espressiva. Chi scrive sui muri oggi non parla più agli altri, si esprime, parla fondamentalmente a se stesso. In effetti delle scritte dei cosiddetti «writers» non si capisce niente e non c'è niente da capire. Il significato sta nell'azione stessa, nel gesto. Nella pura e semplice segnalazione della propria esistenza. Ogni writer si fabbrica una propria cifra, riconoscibile solo tra writers, e marchia più cose possibili vagoni di treno, di metropolitana, piste di skateboard, containers, pareti di scuole, muri ferroviari , non gli importa di farsi capire. Al writer basta dire "Io ci sono», e dirlo ovunque, dappertutto. Più cresce la solitudine affollata delle nostre città e più cresce il numero delle persone che sentono insopprimibile il desiderio di dire «io». C'è chi lo fa iscrivendosi al casting dei reality show, chi inventandosi un segno da spruzzare sui muri. D'altronde, non credo sia mai esistita un'epoca dove il bisogno di emergere sia così acuto e dove, al contempo, siano così pochi gli antidoti umani, affettivi, familiari per esorcizzare l'anonimato. A questo si aggiunge il cinismo di un sistema che ha inglobato il graffito nel «blobbone» estetico della moda, nel glamour finto underground, senza interrogarsi sulle sue origini, semplicemente bonificandolo, rendendolo un fondale «fico», uno scenario grunge per servizi fotografici di riviste patinate. I ragazzi delle solite periferie metropolitane inevitabilmente scelgono le scorciatoie: prendono quello che arriva di vincente dall'aria contestativa (non proprio contestataria) dell'America. Girano con i pantaloni XXL e le cucce di cane al posto delle scarpe, fanno i rapper, i writer, scavalcano i muri della stazione di notte, scrivono mille volte, in un modo che solo la loro tribù sa riconoscere, «Io». Non sanno chi è Basquiat, né gli interessa saperlo. Gli interessa firmare il mondo. Esprimersi, non comunicare. E ovviamente non vogliono sentir parlare di politica. L'effetto di superficie che ottiene questo cambiamento, su di noi che passeggiamo e guardiamo, è di smarrimento, di perdita di senso, di aggressiva perdita di senso. Il che indigna i più e, comunque, avvilisce i meno. Se ne è andata, infatti, anche la malcelata allegria che mettevano certi slogan politici prima mano in nero, orgogliosa, gagliarda: «L'Msi non si scioglie», seconda mano in rosso, buriana, beffarda: «Prova con l'olio di ricino» , ma soprattutto se ne è andato quel senso di tacita complicità per un azzardo riuscito, per una cosa detta bene, in breve, a tutti. All'ex Ospedale Psichiatrico di Trieste c'è ancora, enorme, la scritta «L'immaginazione è rivoluzionaria». Spesso mi invento un pretesto per cambiare itinerario e passarci davanti. Vado fin lassù apposta per rivederla. Mi piace, non mi pare che imbratti niente.
Erano proclami politici ora sono codici di identità
Il testo discute il ruolo del graffito nella società contemporanea. I writer, come chiamano i graffiti artisti, non si concentrano più sulla comunicazione politica, ma sull'espressione personale. La loro azione è più importante del significato delle scritte stesse. Ogni writer si crea una propria cifra e marchia oggetti e spazi pubblici. Il graffito è diventato un mezzo per esprimere la propria esistenza e la propria solitudine. Il testo critica il sistema che ha inglobato il graffito nel "blobbone estetico" della moda e lo utilizza come fondale per servizi fotografici. I giovani delle periferie metropolitane scelgono di seguire questo stile e si identificano con la cultura del graffito.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo