L'iniziativa vuole anche «lanciare» una mostra su Carracci che aprirà il 22 settembre al museo archeologico DA SEMPRE le stanze degli adolescenti sono piccole gallerie di poster: cantanti famosi, divi e dive, il sempreverde Che Guevara e, per gli appassionati d'arte, una qualche riproduzione di Van Gogh. «Ma mai nessuno - fa notare lo storico dell'arte Eugenio Riccomini - ha appeso un poster di Annibale Carracci, anche perché non esistono. Stessa sorte per Raffaello, ad eccezione dei suoi due celebri angioletti, che sono in realtà un particolare di un quadro, la Madonna Sistina, conservata a Dresda». E quindi? «E quindi Carracci - ribadisce Riccomini - è stato totalmente dimenticato. Per questo la mostra a lui dedicata, che a breve inaugureremo, è fortemente controcorrente ». In attesa del 22 settembre - data dell'inaugurazione, al Museo Civico Archeologico di Bologna - stasera, alle 21.15, l'appuntamento è al Parco Nord, alla Festa dell' Unità (Palacuore): all'interno del programma della Casa dei pensieri 2006, Riccomini terrà un incontro su «Annibale Carracci e Caravaggio ». Professore, questi due grandi pittori sono contemporanei: nati entrambi nella seconda metà del Cinquecento (uno a Bologna, l'altro nel bergamasco) e morti a breve distanza, Carracci nel 1609 e Caravaggio l'anno successivo. Si conoscevano? Sì. Erano due padani che vivevano, diciamo così, all' estero, a Roma. Si esprimevano in dialetti analoghi, un po' inusuali a chi parla romanesco. E avevano un compito: contrapporsi alla grande pittura romana della seconda metà del Cinquecento, apprezzata da papi e cardinali. Una pittura colta e raffinata, che non aveva contatti con la verità, con la natura. Ma Caravaggio e Carracci non solo si conoscevano: hanno anche collaborato, lavorato insieme. Dove? Nella cappella Cerasi, in Santa Maria del Popolo, a Roma. Ci sono tre dipinti, commissionati da monsignor Tiberio Cerasi: la tela dell'Assunta, che si trova sull'altare, è di Carracci; ai lati ci sono due opere di Caravaggio, la Conversione di San Paolo e la Crocifissione di San Pietro. Oggi, tutti i visitatori che entrano in chiesa e vanno verso la cappella guardano i due quadri di Caravaggio, ma nessuno si chiede di chi sia l'Assunta sull'altare. Cosa è successo poi di questo sodalizio artistico? Le vie dei due pittori si sono separate. Basti pensare che Annibale ha scelto come modello Raffaello. C'è un aspetto molto interessante: i giudizi che l'uno dà dell'altro fortunatamente si sono conservati. A Caravaggio, testimone di un processo per calunnia, il giudice domanda quali siano gli uomini che lui stima. La risposta è «i pittori valentuomini», dove valentuomini sta per «coloro che sanno imitare bene le cose naturali». E Caravaggio fa due o tre nomi, tra cui quello di Annibale Carracci. E Carracci nei confronti di Caravaggio? Carracci fu trascinato a vedere Giuditta che taglia la testa di Oloferne, di Caravaggio. Chi lo portò si aspettava un giudizio negativo, e invece lui disse: «Mi pare che sia un quadro un po' troppo naturale ». Non è certo un biasimo, ma un complimento velato. Parliamo quindi di due pittori che prendono strade diverse, con un fondamento comune. Precisamente? Caravaggio imbocca una strada «teatrale». Quelle dei suoi quadri sono scene annegate nel buio, e il buio è illuminato da una luce radente fortissima. Come un flash. E questo mette in risalto la verità. Annibale invece sceglie il sole, la luce diffusa. Ma lo scopo è lo stesso: tutti e due usano la pittura come strumento di illusione. Pensiamo alla Galleria Farnese, affrescata da Carracci, a quell' esposizione di quadri appesi con cornici dorate. È tutto finto. Ma chi la guarda riceve l'illusione del vero. Arte, quindi, come imitazione della natura. C'è un'altra differenza tra i due maestri: Annibale dipinge paesaggi, Caravaggio no, tranne che per la Fuga in Egitto, dove c'è uno scorcio: preferisce concentrarsi sull'essere umano. La mostra che aprirà il 22 settembre è su Carracci. L'abbiamo fatta pensando che è giusto risarcire un grande artista, colpito da un vuoto di memoria collettivo. Ingiustamente, perché ai suoi tempi era considerato il pari di Caravaggio. Di cui era anche amico, e interlocutore.