Gli imprenditori non vogliono più avere un ruolo servile, da semplici sponsor o sostenitori. Piuttosto vogliono promuovere la cultura come condivisione reale di saperi. La nuova visione del mecenatismo passa attraverso la voce di Beatrice Trussardi, 34 anni, presidente della Fondazione intitolata alla memoria del padre stilista, Nicola. «Investire è un impegno gravoso e capisco chi sceglie a un certo punto di dedicarsi esclusivamente al collezionismo, soprattutto quando capita di rado di vedere il proprio lavoro sostenuto dalle istituzioni pubbliche. Forse il vero problema è che le istituzioni pubbliche e il fisco non fanno molto per incentivare le attività culturali di aziende o imprese, che pure avrebbero intenzione di originare progetti e iniziative culturali», spiega Beatrice Trussardi, riflettendo sull'analisi di Giuseppe De Rita (si veda «II Sole-24 Ore» del 10 settembre). Il presidente del Censis ha sottolineato l'impegno minore dei privati rispetto al passato, l'atteggiamento di coloro che prendono in considerazione luoghi storici «solo come vetrine stabili delle loro collezioni». I riferimenti impliciti erano imprenditori come Francois Pinault proprietario di marchi come Gucci, Yves-Saint Laurent e Fnac che dopo aver acquistato l'anno scorso Palazzo Grassi guarda ora con interesse a Punta della Dogana, dove sarà creato un centro di arte contemporanea (il bando della gara d'appalto chiude a breve, il 20 settembre). O ancora, il caso dell'imprenditore bresciano Guido Angelo Terruzzi. Con un valore di 500 milioni di dollari, la collezione d'arte dell'ex re del nickel, che oggi ha più di 80 anni, non trova pace; saltato l'accordo per Palazzo Grassi, sta considerando l'ipotesi di Milano (grande "sponsor" l'assessore Vittorio Sgarbi) e di Roma. Esempi di collezionismo che talvolta rischia di sconfinare nell'autoreferenzialità, perché per gli italiani sosteneva De Rita «il patrimonio culturale non diventa progressivamente "cosa nostra", ma ritorna a essere "cosa loro"», cioè dei pubblici amministratori. «Le aziende non vogliono più avere un ruolo servile, da semplici sponsor o sostenitori, vogliono affrontare la cultura con progetti e programmi innovativi nei quali possano declinare l'identità dell'impresa in modo nuovospiega Beatrice Trussardi, che con la sua fondazione ha scelto di lavorare con grandi artisti e giovani promesse internazionali per riscoprire i luoghi più affascinanti della città. Giudicare l'impegno, dei privati sulla base di quanti soldi investono per i restauri è un errore: l'importante è lavorare sulla condivisione del sapere, è lì che inizia il bene pubblico, che certo non può esaurirsi in un edificio o in monumento». Insomma, la dimensione pubblica del bene culturale è quindi fondamentale, ma va costruita, è un punto d'arrivo. «Se il mecenatismo è appannaggio per pochi elettispiega Michela Bondardo, 54 anni, che conduce quest'anno il Premio Impresa e cultura alla decima edizione è anche perché l'impresa non trova spesso adeguati interlocutori nelle istituzioni culturali. È una questione di tempi talvolta troppo lenti, di competenze, di instaurare un rapporto di fiducia alla pari». Secondo Michela Bondardo, «in questo momento c'è una difficoltà, ha ragione De Rita. Gli imprenditori italiani sono spaventati dai mercati e quindi investono solo a brevissimo termine. E poi è ancora debole la leva fiscale». Anche Carlo Ripa di Meana, 76 anni, presidente di Italia Nostra, suona la stessa musica: «Pesa il mancato alleggerimento fiscale ma anche una certa vischiosità della custodia pubblica, che non lascia spazi di coinvolgimento del privato. Ultimamente noto poi un certo dirigismo che diminuisce le eventuali iniziative private: basti pensare alla polemica sul trasferimento del Cristo del Mantegna a Mantova. Infine bisogna rilevare un fenomeno recente di personalizzazione, da Pinault a Terruzzi, passando per gli Agnelli». L'Italia sconta poi una serie di specificità culturali. «I fondi privati vengono destinati prevalentemente a progetti umanitari spiega Marco Magnifico, 52 anni, direttore generale del Fai . Si fa fatica a percepire la valenza sociale del bene culturale». Lo conferma una recente indagine del sociologo Giampaolo Fabris sulle donazioni in Italia: le attività ricreative e la cultura sono settori di destinazione dell'1,8 sul totale delle donazioni, dopo l'assistenza alle persone in difficoltà, la protezione civile, l'assistenza ai malati, la ricerca scientificamedica, l'assistenza agli anziani, la protezione dell'ambiente. Per stimolare la sensibilità degli italiani, il Fondo italiano per l'Ambiente ha lanciato il progetto «Mecenati con un euro». «È una questione culturale dai tempi lunghi, gli individui, i privati hanno certamente difficoltà a sentirsi coinvoltiaggiunge Marco Magnifico . Diverso il caso delle grandi donazioni patrimoniali, su questo versante non sono così pessimista, non vedo un peggioramento negli ultimi anni». Il Fai, che quest'anno conta di arrivare a 75mila iscritti (10 sul 2005), e impegnato anche sul versante conservativo: «Ma il contributo privato riesce a partire quando si instaura un certo rapporto di fiducia tra i diversi soggetti», aggiunge Magnifico. «È vero che in Italia le attività di restauro sono legate principalmente a interventi pubblici o di sponsor istituzionalispiega Francesco Micheli, 69 anni, ex presidente di Finarte e oggi alla guida del Conservatorio di Musica Giuseppe Verdi di Milano . Ma è altrettanto vero che la distrazione italiana verso la cultura non può essere attribuita ai privati. Certo, ben vengano mecenati disposti a investire di più».
Cultura, il privato vuole più fiducia
Beatrice Trussardi, presidente della Fondazione Nicola Trussardi, sostiene che gli imprenditori non vogliono più avere un ruolo servile, ma vogliono promuovere la cultura come condivisione reale di saperi. Il mecenatismo deve passare attraverso la voce di imprenditori come Francois Pinault e Guido Angelo Terruzzi, che investono in progetti culturali e restauri. Tuttavia, secondo Trussardi, il problema è che le istituzioni pubbliche e il fisco non incentivano le attività culturali di aziende o imprese. Michela Bondardo, direttore del Premio Impresa e cultura, sostiene che gli imprenditori italiani sono spaventati dai mercati e quindi investono solo a brevissimo termine.
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