Al termine del suo viaggio, il principe Vittorio Emanuele traccia un bilancio della sua visita. Che impressione ha avuto della città? «Ho sempre sentito parlare di Torino, soprattutto dai miei genitori. Era la città a cui forse erano più affezionati, anche perché è qui che avevano vissuto i primi anni di matrimonio. In questi anni ho letto molti libri su Torino e ho visto molte videocassette» Che cosa l'ha colpita? «Anche se questa è la mia prima visita, io mi sono innamorato di Torino. Forse mi immaginavo una città più piccola. Sarà perché è la città fondata dai miei avi, sarà perché si respira un'atmosfera familiare, non so. E' una città bellissima: spero di tornarci presto e di restarci a lungo. Merita di essere conosciuta più a fondo, per il suo patrimonio storico e spirituale e perché vive un momento di grande innovazione». Che cos'è lo spirito sabaudo? Cosa ne è rimasto? «Una cosa mi appare chiara, che Torino sia una vera città europea. Sono riconoscente ai miei antenati per aver posto le basi e realizzato una città di tale fascino. Rinnovo i miei ringraziamenti agli attuali conservatori dei palazzi e dei musei piemontesi che hanno saputo mantenere il lustro di questi monumenti». Perché ha atteso tanto a lungo prima di visitarli? «Non è stato affatto a lungo, sono venuto appena ho potuto. Prima di essere italiano sono cattolico e la mia prima visita poteva soltanto essere dal Santo Padre. Dopo sono tornato in Patria a Napoli, la città in cui sono nato e da cui sono partito. Comprenderà come, durante 57 anni, il mio ultimo ricordo dell'Italia sia stato il golfo di Napoli. Ce l'ho troppo impresso nella memoria quello scenario, quando il Golfo si allontanava sempre di più alla mia vista, su quella nave che mi avrebbe obbligato a vivere lontano dal mio paese. Infine sono andato a Roma perché volevo conoscere e incontrare i rappresentanti delle istituzioni. Dunque la nostra cara Torino ha dovuto attendere, ma non nel mio cuore». Che rapporto ha avuto con i torinesi? «Spesso si dice che sono molto riservati. In questi giorni invece tanta gente e venuta a salutare me e la mia famiglia. Ne siamo rimasti molto commossi, felicemente commossi. I torinesi sono sempre stati fedelissimi amici e presenti in tutte le occasioni importanti della mia famiglia. Ricordo l'emozione che ho provato quando ho saputo che in oltre 800 hanno partecipato in Duomo alla messa di trigesimo per mia madre». Molti monarchici sono rimasti sconcertati a sentirle dire che Ciampi è "il suo presidente": si ritiene ancora il pretendente al trono? «Ho detto che il Presidente Cjampi è il nostro Presidente perché è il Presidente di tutti gli italiani e io sono orgoglioso di esserlo. I miei genitori mi hanno educato a rispettare le Istituzioni. Come figlio e successore di re Umberto II sono naturalmente depositario della tradizione sabauda in quanto Capo di Casa Savoia, che festeggia proprio quest'anno il suo primo millennio, sono fiero di incarnare queste tradizioni equesti valori». Quali sono i beni dei suoi antenati che le piacerebbe riavere? A che punto è la trattativa con lo Stato? «Quasi tutti i beni di Casa Reale sono stati donati dal Re Vittorio Emanuele, mio nonno, allo Stato. Ribadisco che non esiste alcuna trattativa con lo Stato Italiano su questa questione». Esiste un contributo che vuole o può dare al rilancio della città? «Sono qui da quattro giorni, non sarebbe serio fare previsioni. Ci sono molti progetti che mi interessano, e ne ho parlato con tutti i rappresentati delle istituzioni piemontesi. Di prima impressione mi sembra importantissimo continuare a preservare il patrimonio artistico e storico della città e della regione. Se potrò contribuire in qualche modo, ne sarò felicissimo. Vorrei parlarne anche con mio figlio: la sua Fondazione, Principe di Venezia, è attivissima in questo campo». Quando tornerà? «Forse a settembre. Certo l'Italia è grande e voglio conoscerla bene, visto che per troppo tempo non mi è stato possibile».