Caro direttore, sul quotidiano che più respira con il mondo delle imprese e con la dinamica di mercato vorrei richiamare un po' di attenzione su un fenomeno che ritengo personalmente preoccupante: il progressivo disamore dei privati verso la valorizzazione e la fruizione del grande patrimonio di nostri beni culturali, tema che sembra di conseguenza rifinire nelle responsabilità dei pubblici poteri. Dopo quasi vent'anui di battaglie per coinvolgere i privati nel destino dei beni culturali, oggi siamo in piena regressione. Per carità, di iniziative private se ne vedono ancora molte, ma l'intensità del ciclo di coinvolgimento è decisamente in calo, mentre prendono spazio le iniziative di enti locali, sovrintendenze, musei e strutture tutte pubbliche. Forse resterà qualche esperienza di sponsorizzazione, legata agli eventi di maggiore impressività mediatica; ma in genere per noi italiani, imprenditori o no, il patrimonio culturale del Paese non diventa progressivamente "cosa nostra", ma ritorna a essere "cosa loro", cioè dei pubblici amministratori. Direi, provocatoriamente, che noi privati cittadini amiamo i beni culturali solo quando sono privatamente nostri, non in quanto sono della collettività. Siamo, in parole banali, amanti delle nostre collezioni: ad esse dedichiamo ogni risorsa disponibile; ce ne gloriamo in circuito stretto; e poi coltiviamo l'ambizione apicale di farle conoscere a tutti. Mi sembra emblematico il caso di due grandi collezionisti privati che, invitati a darsi carico di due prestigiosi luoghi storici di Venezia, li hanno presi in considerazione solo come vetrine stabili delle loro collezioni. Ma non colpevolizziamoli più di tanto, l'Italia è piena di prorietari di collezioni che se le godno in luoghi meno prestigiosi ma tutti intimi e segreti. Comincio a pensare che, come nelle imprése esiste la concentrazione nel Core businass, così quando si parla di beni culturali l'impegno dei privati è orientato alla "coazione proprietaria", realizzata attraverso il collezionismo. Ai beni di tutti pensino i poteri pubblici, io faccio più ricca la mia collezione. Perché devo contribuire al restauro di un dipinto della pinacoteca comunale se ho appena comprato al mercatino tre "croste" che arricchiscono la mia già nutrita collezione di quadretti di montagna rigorosamente più piccoli dei 25 centimetri? O se sto ordinando per via telematica l'ottantesima statuina della mia davvero unica raccolta di personaggi del presepe provenzale? Siamo tutti un po' collezionisti in proprio ed è la nostra collezione il bene culturale che più ci sta a cuore. Ai beni non miei pensino i pubblici poteri, cui del resto non manca un istinto altrettanto esclusivo e proprietario. Fra i tanti processi spontanei che sono sempre stato propenso a lodare, questo mi sembra onestamente regressivo. Non solo per fatti personali, avendo speso anni a coinvolgere la responsabilità dei privati nella politica dei beni culturali; avendo largamente presieduto all'entusiasmo dei miei collaboratori di Mecenate 90 e della Fondazione Città Italia; e avendo anche tentato (con esiti mediocri) una biennale campagna di fund-raising di massa. Ma per considerazioni più generali. Non è giusto che stia vincendo una concezione tutta proprietaria dei beni culturali, sia essa coltivata da mecenati e collezionisti privati o da sacerdotali funzionari pubblici. Troverei quindi non ingiustificato che questo giornale aprisse un confronto su un tema che, ripeto, propone aspetti decisamente preoccupanti. Specialmente per il ministro in carica, che rischia di certificare involontariamente il chiudersi cli un ciclo di vitale rapporto fra pubblico e privato cui un suo predecessore (Ronchey) ebbe per primol'intuito di aprire le porte. Non è bello richiuderle. Giuseppe De Rita