Era ieri a Rovereto, invitato dall' Accademia Roveretana degli Agiati e dalla sezione trentina di Italia Nostra, il professor Salvatore Settis che presentava il suo nuovo libro intitolato "Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto". Il libro raccoglie circa 40 tra articoli, lettere ed interventi del prof. Settis che ripercorrono le vicende del patrimonio culturale italiano dal 2002 al 2005. Seguendo il fortunato "Italia s.p.a. L'assalto al patrimonio culturale" (2002), il nuovo volume riflette i «sommovimenti istituzionali di questi anni, le polemiche e le discussioni che li hanno circondati». Ordinario di Storia dell'arte e dell'archeologia classica, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, coordinatore del comitato scientifico del Mart, Salvatore Settis è anche il protagonista di strenue battaglie in difesa del patrimonio culturale italiano. Negli ultimi anni il pensiero di Settis ci ha accompagnato con puntualità per ricordarci che la cultura della tutela fa parte integrante del nostro essere Italiani: è questo il fondamento del "modello Italia", il Paese che prima di ogni altro al mondo ha preso coscienza del legame profondo fra la propria storia culturale e il proprio futuro, codificando la proprietà pubblica del patrimonio nel suo legame con il territorio. Richiamando al dettato della Costituzione italiana, gli appelli di Settis hanno denunciato i recenti tentativi, talora andati a segno, di smantellare la nostra secolare cultura della conservazione e la pubblica amministrazione del settore. Di recente il ministro Rutelli ha proposto il suo nome per la presidenza del Consiglio Superiore per i Beni Culturali. Qual è stata la sua risposta? Ho deciso di accettare perché spero di poter dare un contributo ad una migliore funzione del Consiglio in una situazione molto delicata. Il Consiglio è stato molto marginalizzato negli ultimi anni; è di grande importanza che ora torni ad avere un ruolo di rilievo. Dopo anni di "assalto", qual è oggi lo stato di salute del sistema culturale italiano? E' uno stato molto precario. Per fortuna a questo assalto sistematico ha fatto riscontro una forte reazione, non tanto dei partiti ma dell'opinione pubblica. Intanto il personale delle Soprintendenze ha tenuto duro. Ma la precarietà rimane, perché in questi anni le risorse destinate alla tutela sono diminuite in modo molto significativo. Da anni si persiste in una politica di non assunzione che ha prodotto una gravissima crisi dell'amministrazione. Pensiamo all'invecchiamento dei funzionari: continuando così, tra dieci anni nelle soprintendenze non ci sarà più nessuno. Cosa succederà nei prossimi mesi, tenendo conto che il governo Prodi annuncia una finanziaria di rigore? Non si può continuare a tagliare su beni culturali e ricerca: spero che si dia presto il segnale di un'inversione di tendenza. In risposta ad un appello del FAI, il presidente del consiglio Prodi ha dichiarato la sua intenzione di portare progressivamente gli stanziamenti per la cultura all' 1 del Pil, e di ristabilire il bilancio del Ministero al livello del 2001. Il mio auspicio è che questa dichiarazione si traduca presto in azioni concrete. In questi anni lei ha spesso ripetuto che lo smantellamento del sistema di cultura italiano è stato accelerato dal centro-destra ma avviato già dai precedenti governi di centro-sinistra. Pensa che il nuovo governo saprà fare autocritica? L'autocritica non è il forte dei politici italiani. Mi basterebbe molto meno: che da questo governo arrivassero indicazioni precise che stiamo cambiando musica, cominciando da una sana politica di assunzioni. Veniamo al suo libro presentato a Rovereto, "Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto". Vuole ricordarci una battaglia persa, una battaglia vinta? Una battaglia vinta è quella contro il condono archeologico (l"archeocondono"). La Finanziaria 2005 aveva accolto un perverso emendamento teso a condonare" il commercio illecito di ogni oggetto archeologico; si chiedeva soltanto una dichiarazione dell'interessato attestante il possesso o la detenzione "in buona fede". o denunciato questa aberrazione su "la Repubblica", credo per primo; ne è nata una grande battaglia alla quale hanno dato un contributo decisivo anche parlamentari della maggioranza del centro-destra, dal ministro Urbani all'onorevole La Malfa. Al contrario, abbiamo perduto la battaglia contro il condono ambientale. Una delle norme più positive del Codice Urbani (il nuovo Codice dei Beni culturali e paesaggistici approvato dal secondo governo Berlusconi) vietava per sempre ogni autorizzazione paesaggistica in sanatoria. Questa norma è stata stracciata dalla legge-delega sull'ambiente dell'ottobre 2004, che di fatto depenalizza ogni possibile illecito contro il paesaggio. Il suo libro si oppone alle richieste di devoluzione alle regioni delle competenze sui beni culturali. Cosa pensa dell'autonomia trentina in questo settore? Non conosco nel dettaglio la situazione trentina. In generale, ritengo che la devoluzione della tutela alle regioni sarebbe un gravissimo errore politico: occorre che la tutela abbia lo stesso livello su tutto il territorio nazionale, diversamente si potrebbero sviluppare venti diverse concezioni della tutela, e sarebbero accentuati i disequilibri tra le Regioni a reddito più alto e più basso. La Sicilia un caso che conosco meglio da anni ha ottenuto una devoluzione totale, fino a sostituire completamente lo Stato con conseguenze preoccupanti. L'amministrazione regionale di fatto ha messo le mani sulla tutela: i soprintendenti sono assoggettati agli assessori, le istanze politiche prevalgono su quelle tecniche. Non vorrei che la stessa cosa si verificasse anche altrove, in tutta Italia. E' ancora presto per parlare di una politica culturale europea? No, soprattutto per quanto riguarda le politiche della ricerca. Dal 2007 sarà operativo il Consiglio europeo della ricerca; è una situazione che conosco da vicino perché faccio parte del comitato scientifico. Daremo il via ad un programma completamente nuovo, puntando interamente sulle generazioni più giovani per colmare i ritardi nei settori più avanzati, con ricadute importanti sull'innovazione tecnologica e quindi sulla competitività. E' il contrario di ciò che avviene oggi in Italia. Ma è questo l'unico modo vero per vincere la concorrenza degli Stati Uniti e quella nuova che viene dalla Cina e dall'India.