Vi immaginate un mondo dove i tipografi usano ancora i caratteri mobili come Gutenberg, i chirurghi operano senza anestesia e l'illuminazione è affidata alle candele a cera? Beh, un pezzo di questo mondo esiste ancora: è quello dell'architettura, il settore dove la modernizzazione sta entrando a malapena da qualche anno e dove una villetta si costruisce ancora con pietra, mattoni e calce seguendo logiche statiche note già ai tempi dei Romani. Che la decima Mostra Internazionale di Architettura dedichi al suo interno una sezione intitolata «Città di Pietra», a cura di un professore di Bari, Claudio D'Amato Guerrieri, può dunque essere interpretata un po' come un «paradosso»: può l'architettura scegliersi il compito di testimoniare l'immutabilità di un aspetto dell'agire umano di fronte al trascorrere delle epoche? Non c'è dubbio che alla pietra spetti il posto d'onore tra i materiali usati nell'età arcaica e che sia stata rivisitata negli anni Trenta dai totalitarismi con apprezzabili risultati estetici, specie nelle città coloniali. Tant'è che la mostra presenta spettacolari ricostruzioni di questa stagione d'oro dell'architettura muraria: gigantografie in bianco e nero e modelli illustrano gli aspetti che hanno reso celebri città e aree mediterranee come Algeri, Salonicco, il Dodecaneso e la Libia italiana. E ciò fa dire a D'Amato Guerrieri che «oggi sono ancora vitali alcuni ideali architettonici mediterranei che rischiano di essere spazzati via dai processi di globalizzazione». E che «è necessaria una coscienza critica per contrastare l'omologazione culturale». Una posizione alla «Eupalinos» di Paul Valery (dove in estetica lo stupore prevale sulla logica) magari condivisibile nel merito, ma da verificare nel metodo: non sarebbe più opportuno percorrere la strada del «Regionalismo critico»? Ovvero piegare e non escludere - le logiche della «globalizzazione» a linguaggi regionali? Perché se così non fosse l'obelisco posto all'ingresso dell'esposizione e la successiva volta a botte anziché «matrici» rischiano di diventare «modelli» da applicare per realizzare «tipologie» da finto villaggio mediterraneo. La mostra prevede anche l'esposizione di 35 progetti (a 5 saranno assegnati i Leoni di Pietra, premio istituito nel 1985 da Aldo Rossi) per architetture «in pietra» a Punta Perotti a Bari, il porto di Crotone, le Latomie dei Cappuccini a Siracusa e il porto turistico di Pantelleria. E qui, le architetture di alcuni progetti visti (da Canella a Natalini) più che di pietra sembrano ferme all'età della pietra, incapaci di coniugare le matrici del passato alla luce della società contemporanea se non in aspetti ingenui come «la città delle religioni». «Non siamo rossiani dice il curatore -, anche se la Biennale dell'85 curata da Aldo Rossi è stata, secondo me, l'ultima vera Biennale. Noi abbiamo chiesto di utilizzare in modo contemporaneo la pietra». Operazione nostalgia? «Non credo: è il primato della identità sul modernismo di esportazione», afferma D'Amato Guerrieri, trovando parziale sostegno in Mario Botta. «Ogni materiale ha una sua espressività: chi sa far parlare la pietra, specialmente nell'architettura sacra, lo faccia. In pietra mattone stucco trovo più solidità. Bisogna trovare dei codici per costruire e rispettare la città come territorio della memoria. All'opposto del metodo americano, dove c'è cancellazione e sostituzione, l'architettura da noi deve ripartire da contesto e memoria. La vera sacralità è la memoria città». «Parlare di architettura in pietra ha senso, perché l'architettura viene così radicata al territorio», afferma invece un architetto portato alla sperimentazione come Dante O. Benini.