E' un momento certamente di malessere per molti dei nostri musei d'arte più antichi e importanti. Sarebbe probabilmente difficile spiegare quanto è recentemente successo con il Cristo morto del Mantegna nella Pinacoteca di Brera se non si tenesse conto della situazione generale in cui versa il museo, rimasto ai margini della crescita di interesse artistico che ha investito l'Italia nel corso degli ultimi venti anni, frustrato da programmi di rilancio in grande stile, a partire dal potenziamento strutturale, che però lo Stato non affronta con la necessaria determinazione. Quando si confrontano il numero dei visitatori giornalieri di Brera con quelli che riesce a raccogliere una mostra anche di modesto valore, è chiaro che gli umori si facciano cupi. Non è però con la chiusura nella propria dimensione più burocratica o riproponendo modelli museali di epoca napoleonica che si risolvono i problemi. La Galleria dell'Accademia di Venezia, almeno dal punto di vista dei visitatori e del sostegno dello Stato, è certamente in condizioni migliori di Brera. Di opere da valorizzare, da presentare nelle più idonee condizioni di conservazione e di divulgazione presso il grande pubblico, ne hanno moltissime, tanto da essere occupati per i prossimi dieci anni, almeno. Perché, allora, si tenta di pretendere un'opera che non è e non è mai stata di Venezia, il Sangue di Cristo che Carpaccio ha realizzato per la chiesa di San Pietro Martire a Udine, finito in seguito nei locali Musei Civici? La motivazione della richiesta lascia sorpresi: perché l'Accademia contiene la maggior parte delle opere di Carpaccio. Siamo ancora ai tempi di Napoleone, quando i musei principali facevano razzia del patrimonio periferico? In quella concezione, il museo non ha più ragione di essere. Era il frutto di una mentalità e di una visione del patrimonio artistico che oggi è stata superata. Ieri il museo «napoleonico» era un modo per devastare una geografia dell'arte molto più centrifuga di quanto non sembri oggi, ignorando il rapporto fondamentale per il quale un'opera è il frutto del suo contesto fisico e culturale di appartenenza. Oggi si pensa che opere come il Sangue di Cristo non possano che stare a Udine, meglio se a San Pietro Martire. Il suo maggior pregio sta nell'essere stato fatto da un veneziano per un luogo che non è Venezia, in uno dei momenti più felici della sua carriera. Così come il Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio deve stare nell'omonima chiesa siracusana per la quale fu realizzato, non in un museo. Solo eccezionali condizioni di disagio conservativo potrebbero giustificarne la musealizzazione, come è capitato a Monterchi con la Madonna del Parto di Piero della Francesca, spostata dalla chiesetta cimiteriale in cui stava. In tutti gli altri casi, il ritorno all'ancien régime museale è un passo indietro assurdo, capace solo di soddisfare interessi impropri come il turismo. Non è una mia opinione, è quella in cui si riconosce la più evoluta cultura della conservazione.