VENEZIA «L'ambizione è alta, controcorrente e forse anche un po' ingenua, perché l'obiettivo è quello di restaurare le coste italiane e di recuperare la bellezza dei luoghi massacrati dalla lebbra edilizia. Evitando l'affarismo della speculazione e la retorica dell'ambientalismo di maniera. E ripartendo dalla Grecia ellenistica e da Roma: dalla pietra come materiale identitario del modo di costruire mediterraneo e, al tempo stesso, come materiale di modernità assoluta». Claudio D'Amato Guerrieri, docente di Composizione architettonica alla facoltà di Architettura del Politecnico di Bari, curatore della mostra «Città di Pietra» alla Biennale di Venezia, è quel che si dice una voce autorevole in materia. E per questa edizione della Biennale ha scelto come logo l'immagine forte dei palazzi di Punta Perotti che collassano. La Saracinesca che cancellava l'orizzonte di Bari, il simbolo di tutti gli ecomostri italici e del consociatM-smo politico che rese possibile un'opera for-malmente «in regola», il luogo di una battaglia estetica, etica e infine giudiziaria dei soliti pochi contro tutti gli altri, può diventare, per D'Amato Guerrieri, l'occasione di un nuovo inizio. A patto però che, demolito un «mausoleo», non se ne facciano altri. Poiché, va ricordato, Punta Perotti è stata anche il «cavallo di Troia», per fortuna neutralizzato in tempo, di una Punta Perotti bis, quasi due volte più grande (530 mila metri cubi), da realizzare sullo stesso lungomare. «Non mi piace esaltare la demolizione come la ghigliottina dei giacobini dice D'Amato Guerrieri , ma in alcuni casi demolire è fondamentale. Qualcuno dice che così si distrugge il lavoro dell'uomo? E io rispondo: e chissenefrega, se lo scopo è guari-re dalla metastasi». Se è possibile, dice D'Amato, si adottano soluzioni alternative. Se no, via alle ruspe e alla dinamite. A Latina, per esempio, il sindaco Vincenzo Zac-cheo, per «liberare» il lungomare dall'assalto di massa di seconde e terze case ha «contrattato» due soluzioni: demolire gli edifici abusivi in cambio di permessi per costruire altrove, oppure cambiare la destinazione d'uso di quelle case. Ma per Punta Perotti non c'era una terza via, «demolire era necessario». Oggi però la sfida è un'altra e di più alto livello. Dopo aver stabilito cosa è male e cosa non si vuole, bisogna saper dire cosa si vuole e in che modo si intende realizzarlo. Ecco dunque l'idea di D'Amato Guerrieri, tradotta nei progetti inediti delle «Città di Pietra»: fare rinascere Punta Perotti attorno al tema di una «Via Sacra» il percorso dell'antica processione di San Nicola da Myra come punto d'incontro fra la cristianità d'Oriente e d'Occidente. Ma farlo, e questo vale anche per tutti gli altri luoghi violati che Punta Perotti rappresenta, utilizzando la pietra. «La globalizzazione è una cosa positiva, l'omologazione no - dice D'Amato-. E noi viviamo sotto la dittatura del vetro, del cemento e dell'acciaio, che nessuno ci impone, ma che imitiamo per nostra scelta e per provincialismo, come pappagalli. Un esempio è la "sparata" di ferro-cemento all'Ara Pa-cis, a Roma». La scommessa di D'Amato Guerrieri, e degli autori dei progetti, con i quali hanno col-laborato anche gli studenti del Politecnico di Bari, sperimentando le più avanzate tecnologie informatiche di lavorazione della pietra, si gioca su più fronti. Contro «le bubbole», dice lui, di chi vuoi far credere che Punta Perotti possa rinascere piantando qualche centinaio di alberi in riva al mare. Poi contro quelli che puntano soltanto agli affari, «che va bene, si possono fare, ma in maniera pulita e realizzando cose belle». Infine, contro chi non vuole ancora capire che «l'architettura è un'opera collettiva, dev'essere anche un sogno, e non può essere catapultata dall'alto". Come avvenne per Punta Perotti, che la gente non ha mai sentito «propria», anche se era già rassegnata all'idea di convivere per sempre con quella Saracinesca che chiudeva il mare. Invece, ecco le «Città di Pietra», che osano come fece il «Progetto Venezia» di Aldo Rossi, nel 1985, alla Terza Biennale. Rossi invitò gli architetti di tutto il mondo a cimentarsi con dieci proposte progettuali per recuperare dieci posti del Veneto. Oggi, le idee presentate in questa Biennale, partoriranno un concorso internazionale per Punta Perotti. Eppure, al professore D'Amato Guerrieri continuano a dire, in barese stretto: «Ma tu, checc... vai trovando?». E lui risponde: «Risacralizzare il luogo della" battaglia, va bene?».
Punta Perotti trasformata in una città delle religioni
Il professore Claudio D'Amato Guerrieri, docente di Composizione architettonica al Politecnico di Bari, ha curato la mostra Città di Pietra alla Biennale di Venezia. Ha scelto come logo l'immagine dei palazzi di Punta Perotti che collassano. D'Amato Guerrieri vuole restaurare le coste italiane e recuperare la bellezza dei luoghi massacrati dalla lebbra edilizia, utilizzando la pietra come materiale identitario del modo di costruire mediterraneo. Ha proposto un progetto per fare rinascere Punta Perotti attorno al tema di una Via Sacra, come punto d'incontro fra la cristianità d'Oriente e d'Occidente.
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