Le stagioni non sono più quelle di una volta, i giovani non hanno rispetto, una volta qui era tutta campagna, il cinema italiano è in crisi... L'ultima affermazione, ormai, è entrata a pieno titolo nel novero delle frasi fatte, delle battute universalmente condivisibili che il sentir comune riconosce come verità assodate. «Il cinema italiano è in crisi» è un ritornello che ciclicamente ci viene riproposto sulla base di numeri sconfortanti, di pellicole deludenti, di una qualità del prodotto scesa troppo al di sotto della soglia di sopportabilità. La colpa è della televisione, della carenza di idee, della mancanza di nuovi autori, della scomparsa di quelli vecchi: scegliete liberamente, anche le responsabilità della crisi possono essere distribuite democraticamente su quasi tutti gli attori della commedia. La formula per uscire dalla crisi? Anche qui i luoghi comuni abbondano. Con un denominatore comune, al quale si guarda come la panacea di ogni male: il modello francese. Per i cugini d'oltralpe, in effetti, il cinema è una questione d'orgoglio nazionale. Forti di un mercato interno da più di un miliardo di euro (più del doppio di quello italiano), nel 2005 i francesi sono stati in grado di produrre e distribuire 187 pellicole, contro le 98 dell'Italia. Merito - per quel che si legge nelle analisi degli esperti - di una legge di sistema che tutela l'industria locale, salvaguardando quell'eccezione che, dai tempi della rivoluzione, contraddistingue la cultura locale. La parola magica del sistema francese, che tanto fascino esercita sui nostri artigiani della settima arte, è «tassa di scopo»: un prelievo sui biglietti staccati al botteghino, sugli incassi delle reti tv, sul mercato dell'home video e sul business nascente della vendita di film sulla rete. L'idea della tassa di scopo piace all'industria, interessata - più che a fare sistema - a trovare il sistema di ridurre i propri margini di rischio, limitando al minimo gli investimenti. La ragione è semplice: a beneficiarne, secondo il disegno di legge presentato dal deputato della Margherita Colasio, sarebbero in tanti: imprese di produzione, di distribuzione, di esportazione, di esercizio e di industria tecnica. Peccato che la legge quadro prevista da Colasio affronti solo uno degli aspetti del modello francese, sorvolando elegantemente su tutti gli altri: si parla infatti di sovvenzioni, da erogare attraverso un'Agenzia centrale destinata a prendere il posto delle commissioni ministeriali. Ma non si parla minimamente di tutte le altre soluzioni che in Francia come nel resto d'Europa contribuiscono a incentivare la produzione cinematografica, stimolando il mercato e l'industria locale. Nessuna forma di incentivo fiscale, insomma, o di «tax shelter» per chi vuole investire nel cinema: meglio puntare ancora una volta su una forma anacronistica di sovvenzione, generosamente elargita dallo Stato. Con risultati facilmente prevedibili. Lo stesso Colasio, nella premessa alla sua proposta, ammette candidamente che nel caveau della Bnl «giacciono a centinaia i film dati a garanzia dai nostri produttori», e che «negli Archivi del Centro Sperimentale altre centinaia di film sono stati tumulati senza il naturale esito nelle sale». Senza però compiere il passo logico successivo, quello che dovrebbe portare al superamento di un modello basato sugli aiuti di Stato all'industria del cinema, su una sua nazionalizzazione di fatto. E questo, in un periodo in cui il mercato chiede con forza nuove liberalizzazioni, sfiora decisamente l'assurdo. Nel Regno Unito, le sovvenzioni distribuite dall'Uk Film Council vengono alimentate dai proventi della Lotteria nazionale, e si affiancano a importanti deduzioni fiscali per tutti coloro che investono in produzioni cinematografiche sul territorio di Sua Maestà, attirando forti capitali stranieri. In Spagna, i produttori possono contare su esenzioni fiscali fino al 20. In Francia, oltre alla possibilità di dedurre dalle imposte il 20 delle spese di produzione, sono stati creati fondi d'investimento specifici (le Sofica) per raccogliere finanziamenti privati all'industria cinematografica e audiovisiva beneficiando di deduzioni fiscali. Grazie a questi sistemi, è il mercato a impegnarsi nel finanziamento dell'industria cinematografica. Per un semplice motivo: conviene. In Italia, si preferisce limitarsi ancora una volta al sistema delle sovvenzioni a pioggia, all'aiutino all'industria in eterna crisi. Pochi spiccioli da offrire a tanti piccoli produttori, secondo un protocollo collaudato. Un sistema che solo a causa dell'esaurimento delle risorse disponibili, lo scorso anno, non ha potuto garantire il meritato finanziamento a una pellicola come "Eccezziunale veramente. Capitolo secondo... me", sequel dell'immortale capolavoro di Carlo Vanzina con Diego Abatantuono. Un film, giustamente, giudicato dall'apposita commissione «di interesse nazionale».