Bruno Zanardi Si è letto in questi giorni della scoperta di una nuova tecnica che usa i batteri per pulire gli affreschi. Scoperta che si è felicemente esercitata su uno dei dipinti murali del Camposanto monumentale di Pisa, le «Storie dei Santi Efisio e Potito» dipinte da Spinello Aretino nel 1391. Diciamo allora subito la scoperta appare "seminuova", visto che si tratta sostanzialmente d'una variante, pur se innovativa, delle puliture biologiche con gli enzimi già sperimentate nella metà degli anni 70 all'Istituto centrale del restauro dal chimico Costantino Meucci. Né può essere taciuto l'aspetto sperimentale di questo comunque importante progresso della ricerca nel campo delle puliture con metodi biologici. Sperimentalità che inevitabilmente collide con quanto si dice di voler fare: riesporre l'intera decorazione del Camposanto di Pisa così restaurata entro il 2004. Ma non è solo questo il problema che la vicenda dei batteri pisani agita. Per far meglio capire i dubbi circa questa operazione bisogna ricordare come gli affreschi del Camposanto di Pisa, con il loro essere opera, oltre che di Spinello, di Buffalmacco (proprio lo stesso del Decameron di Boccaccio), Taddeo Gaddi, Stefano Fiorentino, Antonio Veneziano, Andrea da Firenze, Francesco Traini, Piero di Puccio, Benozzo Gozzoli e altri artisti ancora, rappresentano dopo Assisi il più cospicuo e importante nucleo di dipinti murali dell'intero occidente medioevale: circa 1.500 mq di superfiicie. Ma anche subito dopo va sottolineato come questi affreschi si trovino in una condizione conservativa disgraziatissima: quella che ne fa forse il maggior problema conservativo della pittura murale italiana. Esposti da secoli all'atmosfera salina di Pisa, la cui marina si trova a pochi chilometri dalla città, già nell'Ottocento gli affreschi venivano descritti come corrosi e semilleggibili dai viaggiatori romantici che avevano fatto del Camposanto l'irrinunciabile monumento medievale del grand tour, e il primo e storico conservatore del Camposanto, Carlo Lasinio, temendo la loro definitiva perdita, eseguì tra il 1806 e il 1812 una celebre serie di incisioni che ne potessero conservare memoria. A tutto questo, che già non è poco, si aggiunse nel 1944 una cannonata americana che centrò il Camposanto incendiandolo, e provocando così la liquefazione dell'originaria copertura in piombo del tetto. Ma non basta. Nella fiducia per le «magnifiche sorti e progressive» della scienza del restauro, negli anni 50 si pensò di "salvare" gli affreschi del Camposanto già consunti dal tempo, calcinati dall'incendio e colmi di colature di piombo, strappandoli dal loro intonaco di supporto. Ma ogni "strappo" (vale a dire il trasporto della pellicola pittorica dall'originario intonaco di supporto a una tela) rappresenta una brutale aggressione alla materia originale, che esce da questa operazione enormemente infragilita. Così che gli affreschi, una volta strappati e tutt' altro che salvati, iniziarono ognuno una sua storia conservativa tra riesposizione, museificazione e dispersione: quest'ultima la triste sorte toccata alle scritte delle cornici che li inquadravano, le quali oggi si trovano sparse per Pisa, tra soprintendenza, anello del Battistero e altri luoghi ancora, e di cui mai si parla citando il progetto del restauro in corso. Scritte sul genere, «Di nobiltà et ancor di gentileça Vaglian niente a' colpi di costei [la morte]. De', che non trovi dunque contra lei O tu lector, niuno argomento?», davanti alle quali i padri domenicani invitavano i peccatori a pentirsi, e di cui ci hanno detto Lina Bolzoni e Chiara Frugoni. Cosa fare allora? Certamente almeno speriamo è da ritenere solo giornalistica l'ipotesi che qualcuno possa iniziare a pulire con una tecnica sperimentale, quella dei batteri-enzimi, 1.500 mq di affreschi ridotti all'ablativo; con in più il problema che gli enzimi non possono essere usati in presenza di materiali organici, come sono i leganti delle costanti finiture a secco che tutti gli affreschi hanno, compresi quelli pisani (e con le colle di restauro indissolubilmente assorbite dal colore di ogni affresco strappato cosa succede?). Ciò che vale ancora di più se si pensa di terminare il tutto in un anno, cioè nel prossimo 2004. E questo per l'entità del lavoro da svolgere, il solito km e mezzo quadrato di affreschi. Ma soprattutto perché appare impossibile che in un solo anno si possa procedere alla necessaria bonifica ambientale e microclimatica del Camposanto, il quale è, come tutti sanno, un ambiente semiconfinato: vale a dire con un lato aperto "all'aria di Dio". Come se nulla avesse insegnato il fatto che gli affreschi riesposti dopo lo strappo degli anni 50 si sono in brevissimo tempo degradati fino al punto di dover pensare a un nuovo restauro: quello oggi in corso; mentre il «Trionfo della Morte» felicemente restituito a Buffalmacco da Luciano Bellosi una ventina d'anni fa, per essere stato subito ricoverato al chiuso, in una stanza del medesimo Camposanto, si è conservato molto meglio. E poiché pare assurdo mettere a repentaglio la sopravvivenza dei preziosissimi e delicatissimi affreschi pisani esponendoli entro il 2004 all'"aria di Dio" in più ulteriormente infragiliti (com'è inevitabile: batteri o non batteri) dal nuovo restauro in corso credo che l'unica soluzione possibile sia quella di prendersi una pausa di riflessione. E subordinare la continuazione del restauro all'avvenuta bonifica ambientale del Camposanto. Seguendo così il perfetto esempio operativo che ha condotto al recentissimo salvataggio d'un altro illustrissimo monumento pisano, la Torre pendente: istituire una ristretta commissione interdisciplinare e internazionale che abbia ben chiaro il problema storico e tecnico-scientifico, attenderne le conclusioni e metterle in opera.