La notizia apparsa su La Repubblica del 24 agosto che il cemento stia cominciando a minacciare seriamente una zona della Toscana conosciuta per il suo straordinario paesaggio e per i suoi altrettanto straordinari beni culturali, ma soprattutto per l'attaccamento della sua popolazione alle proprie tradizioni - avrebbe, come prima impressione, dell'incredibile. Stiamo infatti parlando della Val d'Orcia e in particolare di Monticchiello dove il locale Teatro Povero da decenni propone un continuo confronto critico tra passato e presente come modo consapevole di affrontare i problemi di quel territorio e di quella comunità. Circa dieci anni fa proprio per quella zona veniva approvato dalla Regione Toscana, dopo un lungo e travagliato lavoro preparatorio, la costituzione di un Parco Artistico Naturale comprendente il territorio dei cinque comuni della Valle (Castiglione, Montalcino, Pienza, Radicofani, San Quirico) che così rientravano in un'unica vasta area protetta. Il progetto si ispirava a principi in senso lato ecologici, puntando su di uno sviluppo fondato sulle risorse locali - culturali innanzi tutto, ma anche materiali ed umane - e teso a creare le basi per una ricettività ed una corrispondente redditività diffuse, a conferma di un'esistente, straordinaria qualità ambientale. Un progetto che non intendeva alterare una realtà di per sé preziosa. Al fondo, il segreto di quel territorio che lo rendeva per molti versi unico e che andava assolutamente rispettato, consisteva nel delicatissimo equilibrio tra popolazione insediata nei borghi ed uso del suolo, ordinato secondo un'armonica alternanza di grandi estensioni a grano e di coltivazioni agricole pregiate. Questo era quanto si era riusciti ad ottenere sotto la spinta dei Comuni interessati e grazie ad alcuni ammirevoli amministratori locali. Accadeva dieci anni fa. Oggi invece sorge l'"ecomostro" di cui l'articolo di AsorRosa ci ha fornito una spietata ma assai precisa descrizione. Siamo di fronte ad un ennesimo paradosso? Non proprio. Ciò che sta accadendo, che purtroppo non risponde a quanto sembrava acquisito sul piano delle intenzioni, risponde invece a meccanismi che tipicamente conseguono all'assenza di un'effettiva politica territoriale. Il progetto di Parco prevedeva ad esempio alcuni interventi che avrebbero dato senso all'intera operazione e di cui non si è più avuta notizia. Dal recupero dell'alveo fluviale, da sempre ridotto a una sequela di cave di sabbia, alla risistemazione dell'area interessata da un'opera rimasta - per fortuna - irrealizzata, la diga di San Piero in Campo; dall'attrezzatura come strada-parco del tratto della Cassia che attraversa la valle in alternativa alla sua trasformazione in superstrada, in gran parte in rilevato (progetto Anas), all'organizzazione di una rete di percorsi che doveva connettere i casali storici sparsi secondo l'antica logica dei "poderi", e così via, con una decina di progetti che avrebbero potuto dare il segno di una strategia coerente con le intenzioni iniziali. I meccanismi che si sono messi in moto sono dovuti invece più all'assenza che alla presenza di iniziative ed è chiaro che quando non si persegue un obiettivo guidando coerentemente l'evoluzione dei processi, quando non si avvia una strategia che guidi i comportamenti, non solo economici, dei soggetti interessatie degli amministratori, a quel punto non ci si può sottrarre alla pura logica di mercato. Vale a dire, per quanto riguarda l'uso del suolo, al suo sfruttamento edilizio, verrebbe da dire monocolturale. La questione va anche oltre i limiti di un caso locale: essa può forse anche essere vista nella sua emblematicità tutta italiana. Sembra infatti oggi necessaria una riflessione su alcuni aspetti cruciali della politica di salvaguardia dei beni ambientali permettere in guardia dalle conseguenze dell'equivoca, malintesa alternativa tra conservazione e sviluppo (che è concetto moderno) inteso, il secondo termine, come "modernizzazione", inevitabilmente soggetto quindi alla banalizzazione dell'immagine, ma anche al suo potere di corruzione nei confronti del gusto e dei consumi correnti. Si pensi, nel caso segnalato, alla banalità del modello proposto, assimilabile quasi a quello del villaggio turistico, se confrontato con la ricchezza storica del sistema insediativo-produttivo dei poderi e dei "casali". Una banalizzazione che più in generale sta degradando l'offerta di un turismo culturale nazionale sempre più massificato. Una riflessione necessaria, così come sarebbe il caso di riflettere su come in nome di una ugualmente malintesa democratizzazione delle decisioni si possa giungere ad alcuni eccessi nei meccanismi di delega a singoli poteri locali di fondamentali funzioni di indirizzo e di controllo. Il progetto Val d'Orcia prevedeva, a correzione di tali tipi di eccesso, la formazione di un organo di governo collegiale, costituito dalla Conferenza dei sindaci, che però non sembra particolarmente attivo e convinto delle proprie funzioni. Mai forse come in questo caso la metafora del Buongoverno (non la "governance", per carità!), appare oggi appropriata ad indicare come e quanto ancora si potrebbe fare e soprattutto a non fare. Sembra tra l'altro che sia stata proprio la corrispondente immagine del Lorenzetti presente nel famoso affresco senese, confrontata con quella attuale di Monticchiello, a convincere i funzionari Unesco del valore unico ed inestimabile di un paesaggio-opera d'arte e a dichiarare la Val d'Orcia patrimonio dell'umanità. Di "ecomostri" in costruzione non avevano ancora sentito parlare. Architetto