Tra l'ombra del verde ritrovato, il fresco dei padiglioni restaurati e il gran fervore di lavori in corso della Mostra d'Oltremare, si gioca una partita che potrebbe trovare un'impennata d'identità nella convenzione firmata qualche giorno fa dal presidente Raffaele Cercola. È l'accordo per avviare una collaborazione sull'arte contemporanea con il Polo di Scienze umane e quello di Belle arti. È un escamotage che unisce le forze per attirare qui, negli ampi spazi del complesso di Fuorigrotta, una parte di quel progetto Sud annunciato a Venezia, all'ultima Biennale Arte. Fattibile, è fattibilissimo. Non per niente la Mostra, nei suoi 720mila metri quadri, ospita, oltre a 36 padiglioni espositivi, un patrimonio di strutture che non ha pari in tutto il Sud, e adattissime alla bisogna: dalla Torre delle Nazioni progettata da Ventura e in corso di restauro al magnifico Cubo d'Oro ideato da Zanetti, Racheli e Zella Melillo, al palazzo dell'Arte dagli interni stranianti progettati da Piccinato, per dire solo di qualcuno dei tanti spazi. E del resto basta varcare il cancello di piazzale Tecchio, che isola la Mostra dalle frastornanti architetture progettate per i Mondiali '90, per avere la sensazione di essere entrati in una cittadella speciale, in un contenitore culturale dalle grandi potenzialità, dove da qualche anno ben più di qualcosa si sta muovendo. «Cinque anni fa, quando la mostra è stata trasformata in Spa e Cercola è stato nominato presidente, il 60 delle aree e del parco erano chiuse al pubblico», rievoca l'architetto Marisa Zuccaro, attentissima e instancabile direttrice tecnica di cui non è esagerato dire che della Mostra conosce ogni filo d'erba e ogni singola pietra. «Più di 300.000 mq erano impraticabili, mentre 200.000 mq del prezioso parco arboreo erano destinati a parcheggio». I primi tempi di lavoro continuo, duro e silenzioso, sono serviti a recuperare trent'anni d'inerzia. Fino ad allora, quella struttura che era stata pensata come «testa di ponte dell'impero fascista», inaugurata il 9 maggio 1940 da Vittorio Emanuele III e comunque realizzata, al di là della retorica imperiale, come insieme di permanenze di notevole valore architettonico da progettisti capaci di armonizzare «acqua, verde e costruito», sembrava condannata a rimanere prigioniera del suo passato. Un passato che la vide chiusa e bombardata a pochi mesi dall'inaugurazione solenne, poi occupata dai tedeschi, quindi requisita dagli americani. «La Mostra doveva indicare l'espansione della città verso ovest», ricorda Cercola, «ma poi venne il laurismo con i suoi abusi edilizi, e questa prospettiva andò perduta». E Marisa Zuccaro ricordando il suo primo sopralluogo del 1998, anno d'inizio della nuova gestione: «Nel viale delle Paulonie c'erano ancora 68 baracche abusive insediate lì dai tempi del terremoto. Uno dei primi interventi è consistito nella loro eliminazione, seguita dall'inizio dei restauri, dalla riqualificazione e dal ripristino di aree e manufatti, insieme con il reimpianto del parco arboreo». Così agrumi esotici, caprifogli bianchi, pini d'Aleppo e centinaia di altre piante rare installate originariamente nei viali sono tornati a ombreggiare la Mostra, ridipingendo di verde lo scenario floristico soffocato da un'incuria che aveva imposto i colori smorti dell'inverno. E rimuovendo i tre metri di rovi che la nascondevano, è tornata alla luce la magnifica strada Antiniana, sul tracciato che collegava Napoli a Pozzuoli. Percorrere quella strada, sconosciuta alla maggior parte dei napoletani e abbellita da un tempietto, è come trovare uno spicchio di Pompei nel cuore della città. «Già nel '99 la strada romana è stata inserita nelle visite del Maggio dei monumenti», dice Marisa Zuccaro «e ospita concerti all'aperto, ma sono ancora pochi quelli che l'hanno percorsa». E proprio qui si annida la sfida che, insieme al direttore del marketing Carlo Cigliano, intendono affrontare Raffaele Cercola e Marisa Zuccaro: modificare la percezione della Mostra da parte dei napoletani, che a lungo l'hanno vissuta unicamente come sede fieristica, luogo cui dedicare frettolose visite distratte nei giorni della Fiera della Casa o di Galassia Gutenberg. Ciechi alle permanenze artistiche del complesso, che annovera opere di Emilio Notte, Chiancone, Girosi, Cocchia e tanti altri. Ignari delle sue tante vocazioni culturali, di recente valorizzate da rassegne come «Movimenti in libertà» o «Memoria ribelle». Una prima percezione forte delle potenzialità della mostra è venuta dal recupero dell'Arena flegrea, teatro all'aperto senza eguali trasudante mediterraneità, sede dei più bei concerti sotto le stelle d'estate degli ultimi due anni. «Ma ancora tanto, tantissimo resta da fare», aggiunge Marisa Zuccaro. «Presto inaugureremo le due piscine ristrutturate, poi il teatrino dei piccoli. E in futuro, nell'area del parcheggio di via Terracina, potrà sorgere un nuovo auditorium. Per non dire della fontana dell'Esedra con il mosaico di Macedonio, pronta tra due anni». Un gran lavoro, non c'è che dire. «Però necessario a restituire ai napoletani e ai turisti un "luogo delle diversità" mediterranee, una cittadella delle musiche e delle arti» dice Cercola «ma anche uno spazio in cui semplicemente passeggiare, reinserito in pieno nella quotidianità di Napoli».