TUTTI ricordano la novelletta di Esopo a proposito della cicala e della formica: e come quest'ultima sopravvisse alla carestia invernale, mentre la prima, non avendo provveduto alla conservazione di alimenti, non riuscì a superarla. Ai nostri giorni, in alcuni casi quell'antica favola sul buon senso e sullo scrupolo di agire in vista del futuro può trovare applicazione analogica anche al patrimonio culturale. Gli oggetti d'arte che lo compongono, talvolta, vengono piegati ad operazioni che taluno ritiene utili a procurare immediati consenso e vantaggio, senza preoccuparsi dell'inverno che, fatalmente seguirà l'estate. Di fronte a spericolati accostamenti tra prodotti artistici lontani fra loro millenni di anni luce e a sfolgoranti prestiti destinati a mostre lontane e reclamizzate, i ruoli esotici della cicala e della formica si attualizzano. E di nuovo si contrappongono nell'oggi, simboli di due modi opposti di intendere monumenti ed opere d'arte. Da un lato si persegue l'effetto dell'evento «eccezionale», dal quale si attendono conseguenze benefiche ma dal quale risulta sicura una presenza in prima pagina. Dall'altro ci si preoccupa di che cosa succederà quando, fatalmente, arriverà l'inverno: fuor di metafora, di quali potranno essere gli impatti culturali, nei casi di accostamenti di opere d'arte contemporanee ad altre pertinenti a epoche e a culture del tutto differenti, e quelli conservativi, nei casi invece di prestiti e di dislocazioni. NON PAIA che si voglia mettere assieme per forza due concetti diametralmente opposti. La conservazione materiale dell'opera d'arte e del monumento è condizione prima affinché se ne possa avere conoscenza. Ed è dalla conoscenza acquisita che scatta quel meccanismo, dalla curiosità all'apprezzamento estetico all'approfondimento critico, che contribuisce a formare ed innalzare il livello della cultura diffusa. La quale ultima è anche la molla che spinge a visitare e conoscere luoghi, opere d'arte e culture diversi da quelli propri: il turismo è costituito anche di musei e monumenti, non solo di spiagge o ghiacciai. Non v'è dubbio che l'avanzaménto tecnologico è in grado di ridurre i rischi di un trasporto: ma occorre ricordare che l'uso del cemento armato che qualche decennio fa sembrò essere il rimedio sovrano nel restauro dei monumenti antichi si è poi rivelato peggiore del male che si pretendeva di curare. Nei riguardi di opere d'arte uniche ed irripetibili (che, non a caso, sono quelle più soggette a rischi di trasloco anche se temporaneo) la prudenza conservativa non appare mai essere eccessiva. Se, quindi, lo scrupolo della conservazione è quello che sembra assicurare la consegna delle opere d'arte alle future generazioni, sempre che non siano distrutte da eventi improvvisi, altrettanta cautela dovrebbe essere riservata alla loro comprensione critica e razionale. Accostare prodotti artistici contemporanei a monumenti, ad esempio, archeologici può essere un efficace modo per far risaltare le differenze di espressione culturale insorte nel corso del tempo: e così facilitare la critica della conoscenza. Ma accostare non vuoi dire confondere: se la presentazione rischia di ingenerare dubbi su cosa è antico e cosa, invece, contemporaneo, ci troviamo di fronte ad un equivoco che è del tutto meglio evitare. A vantaggio non certo degli sperimentati critici d'arte, ma dei visitatori non specialisti: ai quali, più o meno furbescamente, si rivolge la promozione che si costruisce clamorosamente a vantaggio dell'evento, e dei suoi promotori. Non occorre, infatti, dimenticare che la percentuale di coloro che sono in grado di conoscere criticamente le opere d'arte è irrisoria rispetto alla gran quantità dei non specialisti. La qual cosa non produce alcun scandalo: nessuno auspica una popolazione composta esclusivamente da medici o da ingegneri, né, tanto meno, da storici e critici d'arte. Così come, ad esempio, i medici si prodigano per diffondere una cultura diffusa di igiene e sanità pubblica (e nessuno protesta), altrettanto non dovrebbe far meraviglia, né provocare reazioni contrarie, se i professionisti che hanno la responsabilità di curare la conservazione dei monumenti e delle opere d'arte si sforzano di condurre un'operazione, analoga a quella dei medici, nel proprio campo. Ma esiste una differenza: ognuno di noi vorrebbe vivere in buona salute e a lungo, anche se ogni tanto mangia e beve un po' troppo. Molti di noi non riescono a comprendere fino in fondo il motivo per cui le opere d'arte sarebbe meglio se fossero conservate nel tempo e se fossero comprese in maniera critica. Una tale limitazione non deriva da ridotta intelligenza e ottusa sensibilità: ma da mancanza di strumenti cognitivi di base. Se un medico non conosce i principi della fisiologia ben poco potrà fare a vantaggio dell'ammalato. Se un ingegnere non conosce i principi aritmetici le sue costruzioni non riusciranno a stare in piedi. A cominciare dalla scuola dell'obbligo i programmi d'insegnamento non si rivolgono a fornire agli scolari informazioni e metodi rivolti a sviluppare uno stimolo critico verso l'arte e la storia: così che una tale carenza, fin dall'origine del formarsi dell'individuo, rimarrà nell'età adulta e non potrà essere colmata dalle esperienze compiute, perché di necessità superficiali. Ed occorre segnalare un'ulteriore differenza: se qualcuno si improvvisasse medico, sarebbe passibile, una volta smascherato, di reato. Critici d'arte, invece, è titolo del quale chiunque può fregiarsi: basta che lo voglia. I tempi della critica e della responsabilità sono del tutto diversi da quelli imposti dalle esigenze degli eventi: coloro che li determinano e che ne vogliono trarre vantaggio sanno di essere effimeri proprio come quegli eventi stessi. Ed è per questa consapevolezza, che si suppone sia loro molesta, che moltiplicano eventi e ne aumentano il clamore promozionale: sperando che la continuità di quest'ultimo contribuisca alla propria. Coloro che, invece, sono responsabili della conservazione e della conoscenza delle opere d'arte e dei monumenti vivono nella riservatezza del proprio compito, che rimane a molti sconosciuto, in un'atmosfera resa ancora più angusta ed ingrata dalla offensiva scarsità di risorse che vengono messe a loro disposizione per far fronte a quell'immensa responsabilità. Al contrario di quanto narra Esopo, l'andazzo che ha preso piede (e che è facile prevedere continuerà e si estenderà) sembra dar ragione alla cicala, invece che alla formica. Con la conseguenza prevedibile che se le cicale diventano maggioranza rispetto alle formiche non riusciranno, ben presto, a nutrirsi neanche durante l'estate.