E' fuggito ai primi di agosto ma la notizia si è diffusa solo nei giorni scorsi. Donny George, già direttore del Dipartimento delle antichità dell'Iraq, ha dato le dimissioni e si è rifugiato a Damasco con la famiglia. «Baghdad non è più sicura», ha denunciato. «Mio figlio ha ricevuto minacce», ha rivelato alla Deutsche Presse Agentur. Già dal giugno scorso i disordini nel cuore di Baghdad l'avevano costretto a murare gli ingressi del Museo nazionale. Per evitare il ripetersi di un saccheggio simile a quello dell'aprile 2003, le cui drammatiche immagini hanno fatto il giro del mondo. Da quel dì George era stato il protagonista della rinascita del museo, colui che in prima persona si era adoperato Per recuperare i beni trafugati progettare una riapertura che ancora nella primavera scorsa pareva imminente. E aveva lottato con passione ed entusiasmo per proteggere dalle bombe, dai ladri e dai vandali i beni archeologici di tutto il Paese. Sforzi immensi ma in buona parte inutili, come pare ora dalle sue parole riportate su The ArtNewspaper. George denuncia la profonda ingerenza nell'attività del Dipartimento, e in generale di tutto il Ministero dei beni culturali, del partito sciita del radicale Moqtada al-Sadr «interessato esclusivamente alle antichità islamiche», dice. Ma soprattutto rivela che a partire da questo mese il Corpo di polizia incaricato di proteggere i siti archeologici (1.400 uomini istruiti dai nostriCarabinieri del Comando tutela patrimonio culturale) non sarà più stipendiato e dunque non più attivo. «Una polizia già comunque insufficiente», osserva Mounir Bouchenaki, direttore generale dell'Iccrom che in passato, come vice direttore generale Unesco, ha seguito le operazioni di tutela e recupero del patrimonio culturale in tutti i Paesi in guerra del mondo. «In Iraq il problema maggiore è proprio il territorio, le migliaia di siti archeologici lasciati alla mercé dei tombaroli sin dai tempi della prima guerra del Golfo. Io stesso ho visto e filmato uno scavo illegale a Umma. Non ho potuto fare nulla se non fuggire. I clandestini erano armati». È una situazione preoccupante già denunciata da molti ma che ora, con la recente escalation di violenza e il probabile dissolvimento del corpo di polizia preposto alla tutela, diventa più drammatica che mai. «Purtroppo l'Iraq è tuttora un Paese in guerra e a noi non è consentito intervenire», dice spalancando le braccia Bouchenaki. «Mi è capitato spesso in passato di trovarmi di fronte a moschee distrutte o monasteri abbattuti e sentirmi dire: "Perché non siete arrivati prima?". Non ci è concesso. Solo la Croce Rossa può». È un'impotenza che i professionisti dei beni culturali hanno vissuto anche di recente in Libano e Israele. Solo la settimana prossima Bouchenaki andrà in Libano con la prima missione Unesco incaricata di verificare la situazione nei siti dichiarati Patrimonio mondiale: Byblos, Tiro, Baalbek. Per fortuna i templi di Baalbek sono ancora in piedi, anche se probabilmente lesionati. Ma nulla avrebbe potuto impedire un bombardamento di Baalbek come anche di altri luoghi. «A tutt'oggi in guerra i beni culturali non sono una priorità», dice Bouchenaki. I militari possono per esempio installarvi le proprie basi com'è accaduto a Babilonia o a Samarra, ora devastate. Per contro, in quanto simbolo di identità culturale e religiosa, i monumenti stanno diventando sèmpre più bersaglio privilegiato delle parti in guerra. In questo senso si trasformano in priorità. Da distruggere, come il ponte,di Mostar nel 1993. Oggi la guerra è anche guerra della memoria. «Per questo è sempre più urgente stabilire, e far rispettare, precise regole di comportamento in caso di conflitto armato», continua Bouchenaki. «Dai tempi della guerra in Cambogia, l'Unesco ha messo a punto un'efficace strategia di intervento post conflict, ma non basta. Bisogna prevenire». E proprio per questo l'Università di Chicago ha organizzato a metà agosto un seminario a porte chiuse, mettendo per laprima volta a confronto specialisti di beni culturali e di legislazione con i militari. «Abbiamo prodotto un documento finale, un primo passo importantissimo», conclude Bouchenaki. «Ora bisogna continuare». Anche sulla via dell'educazione, dell'insegnamento ad apprezzare il bene culturale. «Ho riflettuto molto mentre seguivo gli allievi dei miei corsi di restauro in Kosovo, passando da una moschea a un monastero ortodosso», racconta il restauratore Carlo Giantomassi. «Quei ragazzi si appassionavano al loro lavoro e al monumento. Quei ragazzi non distruggeranno mai nulla». Ne è convinto anche Giuseppe Proietti, capo dipartimento per la Ricerca e l'innovazione del nostro Ministero per i beni culturali. Colui che sta portando i nostri "Caschi blu" della cultura ovunque nel mondo. «Su incarico dell'Unesco ma anche autonomamente, grazie ad accordi bilaterali. Noi siamo più intraprendenti e forse temerari». È per esempio tutto italiano il progetto per la parziale riapertura del museo di Baghdad. «Per mostrare finalmente il museo ai ragazzi delle scuole. Ci sono oramai intere generazioni di iracheni che non hanno mai visto i tesori del proprio passato. La direttrice Amira Edan era commossa all'idea». Poi ci si è dovuti arrendere all'inevitabile, la chiusura dell'edificio. Ma il progetto non è morto. «Sto preparando una nuova missione a Baghdad per fine settembre. Non appena possibile, il museo riaprirà».
Patrimoni in guerra. Archeologia bombardata
Donny George, ex direttore del Dipartimento delle antichità dell'Iraq, ha dato le dimissioni e si è rifugiato a Damasco con la famiglia. Ha denunciato che Baghdad non è più sicura e che il suo figlio ha ricevuto minacce. George ha anche denunciato la profonda ingerenza del partito sciita del radicale Moqtada al-Sadr nell'attività del Dipartimento e nella protezione dei siti archeologici. Il Corpo di polizia incaricato di proteggere i siti archeologici non sarà più stipendiato e dunque non più attivo.
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