I sistemi della comunicazione passano anche attraverso azioni traumatiche che determinano stimoli e reazioni. Ma le prediche no. Il viaggio del Cristo morto da Milano a Mantova non è in alcun modo paragonabile all'escursione di un novantenne sull'Himalaya (benché non sia mancata un'amica centenaria che ha festeggiato il «suo» secolo buttandosi da un aereo con il paracadute) ma al viaggio in aereo di una donna all'ottavo mese di gravidanza. Il viaggio a Mantova non comporta alcun rischio, e, infatti, il più sensibile tra i teorici del restauro e maestro di tutti, Cesare Brandi, nel 1961, non fece alcuna obiezione al trasferimento del dipinto alla grande mostra del Mantegna in Palazzo Ducale a Mantova. Eppure era fragile anche allora: aveva circa 480 anni, e non era garantito dal meraviglioso box a sparizione che lo protegge oggi rendendolo invulnerabile. Perché, invece di parlarci dell'Himalaya, i funzionari, restauratori e i tecnici di Brera non ci parlano di questo, come ha fatto con me, confermandomi tutte le garanzie per l'opera, prima dell'intervento di Proietti, la Soprintendente già a Brera, Maria Teresa Florio? E se il ministro Rutelli, nella sua valutazione di opportunità, con il conforto di tecnici fededegni, non merita alcun rimprovero, io lo respingo fermamente in quanto storico dell'arte e funzionario della Soprintendenza che, pur in aspettativa senza assegni, resta collega di quanti lo criticano. Ci spieghino allora gli stessi funzionari perché hanno consentito il trasferimento nella più lontana Fabriano, in modo insensato, di metà del ben più fragile Polittico di Gentile da Fabriano, su tavola e non su tela. Hanno ceduto alle pressioni che io ben conosco del viceministro Antonio Martusciello, sollecitato dal grande industriale ed ex ministro Francesco Merloni. Perché non hanno sollevato lo stesso polverone in quella occasione? Non sanno forse che le tavole sono più fragili della tela? Ritengono meno degno di essere difeso Gentile di Mantegna? E perché, dopo il diniego, con modalità perfettamente identiche, hanno dovuto cedere alla volontà del superiore ministero? Aggiungo che la mostra di Fabriano, pur molto importante, era interamente sostenuta da un privato; le grandi mostre di Mantegna sono espressione di un Comitato nazionale voluto, e in parte finanziato, dal ministero; e che il ministro stesso ha inteso, nelle linee della politica culturale, dare la massima evidenza a queste celebrazioni. E che, come nel 1961, la presenza di un'opera così emblematica alla mostra di un artista dovrebbe essere intesa come una ragione di orgoglio e di soddisfazione. Vedo che così non è. Mi stupisco e mi indigno, non solo per le ragioni sopradette e per la mancanza di sensibilità rispetto ai benefici che la stessa Pinacoteca di Brera ha ottenuto e ottiene dall'interessamento del ministro Rutelli e mio, ma anche per i rischi cui i funzionari di Brera espongono il Cristo morto facendolo diventare il Casus belli che potrebbe stimolare la fantasia malata di qualche provocatore. Anche nelle iperboli e nelle similitudini sbagliate, i funzionari denunciano la loro infedeltà allo Stato, e alla stessa Brera.