In fatto di pubblicità e di sponsorizzazioni, Machiavelli ha stravinto. Il fine giustifica i mezzi. Non ci sono i soldi per restaurare un monumento o un obelisco? Basta trasformarli in testimonial e contrattarli come fossero altrettante star. Lui, il monumento, si presterà a trasformarsi in grande attaccapanni o in grande bacheca. Lei, l'azienda sponsorizzatrice, vi appenderà le sue gigantografie pubblicitarie o vi scriverà, a caratteri cubitali. che il restauro avviene grazie alla sua munificenza. Questi moderni mecenati smaniano dal bisogno di comunicare a tutti la propria generosità. Magari il loro contributo è minimo rispetto a quello dello Stato, ma essi si appropriano fraudolentemente di tutto il merito. Tra il monumento e la pubblicità che lo ricopre non esistono nessi logici. La facciata di una chiesa può ospitare la pubblicità di una marca di carta igienica. Un palazzo rinascimentale può prestare la propria facciata alla pubblicità di uno slip. Tutto viene giustificato col pretesto che si tratta di una prestazione transitoria, una sorta di prostituzione a tempo determinato, indispensabile per la sopravvivenza delle opere d'arte. L'effetto complessivo è estraniante. Facciate del Cinquecento, del Settecento, del Novecento, vengono tutte riportate al Duemila, trasformate in grandi schermi televisivi, in immense casse di bibite o di precotti. secondo le ferree leggi del marketing. Avrebbe mai immaginato, il pomposo Borromini, che i suoi colonnati avrebbero sorretto la pubblicità delle patatine fritte? E il divino Michelangelo, avrebbe mai pensato che il suo Campidoglio sarebbe servito per pubblicizzare il rum servito nei bar più malfamati dei tropici? Sant'Ignazio di Loyola avrebbe mai sospettato che la chiesa del Gesù prestasse la propria facciata all'esibizione di una marca di orologi? In questa eterogenesi dei fini, la sorte più meschina è toccata agli obelischi: creati cinquemila anni fa come grandiosi simboli fallici, davanti alle sovrumane costruzioni egizie. costretti trecento anni orsono a fare da baricentro nelle nostre piazze barocche, ridotti oggi a strutture portanti di cartelloni pubblicitari. essi sono costretti a subire, oltre all'insulto dell'esilio, anche quello della pop-banalità. Se non facciamo più caso a questi sacrilegi, è perché la televisione ha man mano azzerato la nostra capacità di indignazione. Disinvoltamente essa interrompe la fascinazione di un dramma di Shakespeare o di un film di Fellini con la pubblicità dei lassativi. Perché, dopo una serie infinita di questi coiti interrotti, dovremmo accorgerci che la fontana delle Tartarughe è scomparsa sotto una pubblicità di detersivi?