ROMA Disco rosso del Tar Lazio per gli appalti di restauro affidati direttamente dal Comune di Roma alla Zetema Progetto Cultura Ari, società controllata al 100 dall'ente locale della Città capitolina. La delibera della Giunta municipale n. 663 del 30 novembre 2005 con la quale si assegnava il servizio «a trattativa diretta» è stata annullata dai giudici amministrativi, perché non rispetta le norme europee sulla concorrenza e quelle italiane sugli appalti di lavori pubblici. Solo attraverso una regolare procedura «a evidenza pubblica» la giunta Veltroni avrebbe potuto assegnare i servizi di progettazione, conservazione, manutenzione, documentazione e catalogazione dei beni culturali mobili e immobili di proprietà. Invece, scelse il meccanismo dell'io house, per far rimanere "a casa" quelle risorse, pari a 15,186 milioni di euro, terzo contratto dopo quelli sottoscritti nel 2000 per circa 55 miliardi di lire (all'epoca Zetema era però controllata da Acea, Civita servizi Srl e Costa Edutainment) e nel 2005 per 32 milioni di euro. L'Amministrazione riteneva di non trovarsi di fronte a un lavoro ma a un servizio, per il quale è possibile la concessione diretta. Su questo punto, la seconda sezione del Tribunale amministrativo regionale è stata categorica, rivelando che si era in presenza di «lavori pubblici», opportunamente mascherati sotto il termine «valorizzazione» del patrimonio. «Questo concetto spiega la sentenza n. 7373 del tribunale amministrativo regionale, depositata il 23 agosto non può essere dilatato in via di mera interpretazione fino a comprendere istituti inderogabili in altre normative. «Il dato testuale si legge in un altro passaggionon autorizza a concludere che l'affidamento in house, copra anche quelle attività ascrivibili alla valorizzazione, ma in realtà disciplinate da regole inderogabili e, in particolare, dall'evidenza pubblica». Si pensi a restauro, manutenzione e conservazione degli edifici, che non sono certamente dei servizi. Il contratto tra Comune di Roma e Zetema è illegittimo per il collegio presieduto da Domenico La Medica (estensore Silvestro Maria Russo, consigliere Giuseppe Sapone) che ha accolto l'istanza presentata da 13 restauratori aderenti all'Associazione restauratori italiani (Ari) che avevano già interessato il Consiglio di Stato (si veda «Il Sole-240re» del 5 aprile), ottenendo un primo sì. Eppure la recente decisione del Tar non ha soddisfatto completamente i ricorrenti ai quali è stato negato il risarcimento danni («perché non forniscono prova del pregiudizio subito») e il pagamento delle spese processuali. Inoltre, non è stata considerata la parte del ricorso relativa al- la stabilizzazione dei lavori socialmente utili. Zetema, d'intesa con l'amministrazione capitolina, sei anni fa ha assorbito circa 400 lavoratori socialmente utili e anche per questo si è deciso di concederle le attività digestione di musei, biblioteche e altri edifici di valore storico-culturale. Come hanno spiegato i giudici, l'opposizione dei restauratori doveva esser fatta alla delibera del 27 ottobre2000 con cui si procedeva alla sistemazione dei precari.
Sentenza del Tar Lazio sul caso Zetema. Il restauro richiede l'appalto. Annullata la delibera del Comune di Roma che assegnava il servizio a trattativa diretta peri beni culturali
Il Comune di Roma ha assegnato un contratto di 15,186 milioni di euro a Zetema Progetto Cultura Ari, società controllata al 100% dall'ente locale della Città capitolina, per la gestione dei beni culturali mobili e immobili. La delibera della Giunta municipale è stata annullata dai giudici amministrativi per non rispettare le norme europee sulla concorrenza e quelle italiane sugli appalti di lavori pubblici. La sentenza del Tribunale amministrativo regionale ha confermato che il contratto è illegittimo perché non è stato affidato attraverso una procedura a evidenza pubblica.
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