PRIMO PIANO INCONTRO CON RICHARD ROGERS, IL GRANDE ARCHITETTO LONDINESE (MA NATO NEL NOSTRO PAESE) CHE IL 9 RICEVERÀ IL LEONE D'ORO ALLA CARRIERA PIENZA. «Che grandi Papi ci sono stati nel passato e che architetti, Pienza è una meraviglia, tutti siedono dove vogliono, parlano, comunicano senza conoscersi. Ci sono gli spazi, con le aperture verso le colline, e l'armonia: così deve essere una città, luogo di scambi sociali, multietnici, di gente diversa che comunica, a tutte le età». A parlare sulla piazza della cittadina toscana è lord Richard Rogers, architetto, consigliere del Premier Blair («un po' meno - dice - negli ultimi tempi»), autore del Millenium Dome a Londra, del celebre grattacielo dei LLoyd's, dell'aeroporto di Madrid, dell'Assemblea Nazionale del Galles, di mille e mille altre opere in giro per il mondo, da Shangai a New York. Il 9 settembre lord Rogers riceverà a Venezia dalle mani di Renzo Piano, amico e compagno d'avventura nel progetto del parigino Beaubourg, il Leone d'oro alla carriera che la Biennale di Architettura gli ha voluto conferire per l'impegno dedicato alla città. Richard Rogers è italianissimo. «Sono nato a Firenze nel 1933 (un anno più vecchio di Piano che mi chiama scherzando "vecchio") - ricorda - da famiglia triestina. Mio padre studiava all'Università di Firenze medicina, mia madre amava la ceramica, il mio secondo cugino era Ernesto Rogers, il grande architetto dello Studio BBPR - Banfi, Belgioioso, Peressutti, Rogers - al quale si deve fra l'altro la Torre Velasca a Milano. Per questioni razziali la mia famiglia, che è italiana ma con lontane origini inglesi, si trasferì a Londra. Fui inviato come militare dagli inglesi a Trieste dove frequentai mio cugino Ernesto (ho fatto lì il mio primo e unico ballo con Elizabeth Taylor in Italia per le truppe americane) e mi sono convinto a seguire la sua strada». La lusinga che sia l'amico Piano a consegnarle il premio? «Ne sono entusiasta. Con Piano siamo amici da tempo. Abbiamo vissuto l'esperienza importante, per me traumatica, del Beaubourg, tanto che, dopo, per due anni non ho voluto più disegnare nulla, solo insegnare all'università. Con Piano c'eravamo conosciuti a Londra. Quando io avevo la scarlattina, lo stesso medico visitò Renzo e gli parlò di me. Lui volle conoscermi e così cominciò la nostra amicizia. Istituimmo una minuscola società, due giovani che avevano costruito poco (casette, villette, nulla di impegnativo) e si trovarono nel 1970 a vincere il concorso del Beaubourg, un lavoro colossale di sette anni. Non sapevamo bene come sarebbe riuscito, l'importante era che diventasse qualcosa di utile e fosse bello nel contesto in cui nasceva». Lei viene premiato per l'impegno sulla città, per la sua idea di città «sostenibile e compatta». Che cosa significa? «Le città sono luoghi di incontro e dialogo. Sono il cuore della cultura e degli affari. Per mantenere una qualità di vita decente dovrebbero essere preparate per accogliere chiunque, ben connesse con trasporti pubblici, ben disegnate e in contesti giusti. Oggi dopo anni di calo di abitanti, in Europa ma non solo, le città tornano a crescere, hanno sovente una vitalità multietnica. Così sono ancor più necessari luoghi gradevoli dove vivere, incontrarsi, lavorare, divertirsi. Prima la gente se ne andava ad abitare in campagna perché non voleva più vivere in luoghi da incubo come le periferie dell'era industriale. Oggi il flusso è contrario, da Amsterdam a Portland, le città sono migliorate e si ripopolano. In Gran Bretagna il fenomeno è notevole e incoraggiato dal Governo, basti pensare a Manchester oppure a Londra, la cui popolazione è aumentata d'un milione d'abitanti dal 1990. La novità vera è il single, la città si popolano sempre più non di famiglie con bambini, ma di persone sole per lavoro o per scelta che a loro volta richiedono negozi, centri, luoghi di incontro. Il contatto umano è la base della città». Lei costruisce anche aeroporti e grattacieli, come responsabile dell'urbanistica deve anche occuparsi della sicurezza in una capitale pericolosa come Londra. Come affronta questo problema? «Gli attentati possono avvenire ovunque, in uno stadio di football, a un concerto rock, nel metrò, sono imprevedibili. Io, come Norman Foster, sto costruendo dei grattacieli a New York, tre al Queens e uno a Ground Zero di 70 piani. L'America richiede nuove norme di sicurezza, ad esempio ascensori esterni, prima proibiti, e l'abbandono dei pilastri. Ma aerei carichi di benzina possono distruggere ogni edificio "sicuro". Allora ho precisato agli americani: o non si costruiscono più città, o si fanno grattacieli in mezzo alla campagna». Quante persone lavorano nel suo studio? «Circa 130, come in una bottega rinascimentale dove tutti esprimono il loro parere, fra Londra, Madrid, Tokyo e Italia». In che Paese l'architettura sembra funzionare meglio? «In Spagna, forse il Paese oggi più interessante con Bilbao, Barcellona, Madrid e così via. Lì c'è la volontà politica di puntare sull'architettura, basti pensare a Barcellona dove si sono susseguiti tre sindaci negli ultimi 20 anni ma la visione della città è rimasta la stessa» Il Paese più difficile? «L'Italia, qui non c'è la volontà politica. Non posso giudicare il nuovo governo, ma sinora è stato un disastro, da 23 anni disegno progetti per Firenze e non succede mai nulla» Qual è il suo sogno irrealizzato? «Costruire un edificio pubblico in Italia, Piano sostiene che è impossibile». Lei si ritiene urbanista, architetto, studioso, saggista o cos'altro? «Solo un uomo. L'anno venturo al Beaubourg ci sarà una grande mostra dedicata al mio lavoro, l'ho intitolata Dalla casa alla città, poi inconsciamente mi sono reso conto che era una variante della formula "dal cucchiaio alla città" di Ernesto Rogers, il grande cugino che mi convinse a diventare architetto». Un giovane ci raggiunge, è il direttore dello studio italiano di Rogers e viene presentato: «Mio nipote Ernesto Rogers, abita a Firenze, è figlio di mio fratello, ed è nato 3 mesi dopo la scomparsa di mio cugino, da cui ha preso il nome». Sorridendo il grande architetto se ne va con il nipote verso la casa che affitta in segreto ogni anno a Pienza, «la più bella città d'Italia».