Ogni notte, una moltitudine di cultori della vernice pazza imbratta gli edifici delle nostre città e scompare nella quasi certezza dell'impunità. Neanche si salvano i monumenti storici, come ripete sorpreso lo straniero affezionato al tour estivo in Italia. Dovunque il viaggiatore vede quegli sgorbi detti benignamente graffiti, che le nostre amministrazioni pubbliche tollerano ancora o forse non vedono più. Prevale quell'incuria, lassista o permissivista, che subisce i «vandali in casa» come un fenomeno insopprimibile. Ma le stesse norme legislative sulla tutela ambientale risultano inadeguate a fronteggiare le torme dei ludici bombolisti, decisi a perseverare nelle loro scorrerie notturne. Chi difende i prospetti architettonici, almeno quelli antichi, e chi «le mura e gli archi»? Dieci anni fa, un disegno di legge approvato dal governo Ciampi e trasmesso al Parlamento aveva tentato d'aggiornare le difese contro i danni da vernici nebulizzate. Si trattava di risparmiare, oltre tutto, i tanti miliardi profusi ogni anno per i restauri. Si doveva punire in genere per «danno ambientale» chiunque deturpa gli edifici,, con sanzioni aggravate contro chi danneggia «cose di particolare interesse artistico e storico». Era previsto per l'industria chimica l'obbligo di segnalare sui nebulizzatori gli elementi della composizione, oltreché accludere dettagliate schede sui prodotti utili alla rimozione del colore. Nelle nuove confezioni distribuite sul mercato, doveva, escludersi ogni sostanza corrosiva delle superfici lapidee. Un'altra norma tendeva poi a limitare il commercio delle vernici spray al piccolo dettaglio, senza penalizzarne gli usi professionali e industriali. Al disegno di legge avevano collaborato con pazienti ricerche l'Istituto centrale del restauro, l'Opificio delle pietre dure, l'Università di Roma e sei ministeri. Un lavoro vanificato. Non se n'è fatto niente. Lo scempio vandalico si cronicizza. Le norme vigenti non rispondono alla necessità di rigore prevista in quel disegno di legge, mentre nel costume amministrativo dominano insieme inefficienza e indulgenza. Il fidecommesso, l'obbligo di trasmettere ai discendenti l'eredità ricevuta, è un essenziale principio etico prima che giuridico, ma troppi lo ignorano in particolare nella pubblica tutela dei beni architettonici. Sarebbe logico, mentre si cerca di valorizzare il complesso patrimonio dei musei, tutelare quei «musei a ciclo aperto» che sono i nostri centri storici urbani. Ogni sindaco, beninteso, può rispondere che non si potranno mai custodire le antiche piazze come i musei. Ma nelle amministrazioni locali è anche latente, o persino evidente, un pregiudizio favorevole alla «fruizione» sconsiderata della città «vissuta» purchessia e agli esuberanti attivisti delle vernici. Sarebbero in causa forme di vitalità in cerca d'espressione creativa o contestativa, sfoghi di animi travagliati e repressi, messaggi d'un malessere generazionale. Il giustificazionismo sociologico, e anche demagogico, sa comprendere qualsiasi spontaneismo in voga. Da parte loro, col conforto della diffusa clemenza, i maniaci dediti agli sgorbi murali come ammissibili benché invasive provocazioni non sanno valutare, o neanche vogliono considerare, i danni al patrimonio di tutti. Dunque rimane vasto il fenomeno d'una «ignoranza attiva», che non incontra serie sanzioni o dissuasioni.