Andrea Emiliani dice 'no' ai prestiti selvaggi e annuncia una Carta per la tutela dei dipinti «NESSUNO lo può negare. I musei sembrano spesso imprese di import-export, con tutto il viavai di opere richiesto dalla miriade di mostre che si organizzano dovunque. E' tempo di fissare alcune idee guida». Appena appresa la nomina a presidente della neonata Commissione per i prestiti delle opere d'arte, Andrea Emiliani, lo studioso a cui si deve tra l'altro la riscoperta di Guido Reni, dei Carracci, della scuola marchigiana del '600, cui ha riservato mostre prestigiose nel mondo, traccia lo scenario del suo futuro lavoro. Cominciando con il ricordare che «già da alcuni anni i funzionari delle istituzioni artistiche, i critici, gli stessi amministratori locali sottolineavano l'esigenza di un codice che orientasse le loro decisioni in una materia divenuta sempre più vasta e delicata». Serve una stretta? Si prestano dipinti e sculture con faciloneria? «Non è questo punto risponde il professore . Già Mussolini, in occasione di due esposizioni, nel '30 a Londra, nel '35 a Parigi, mandò all'estero centinaia di nostre opere d'arte. Ma il giocattolo delle mostre si è formidabilmente ampliato, investendo tutto un settore dell'economia, non solo i critici, ma anche gli architetti, gli allestitori, i carpentieri, le agenzie che si occupano dell'organizzazione e della promozione. E' un'industria che va salvaguardata, sostenuta. Ma un simile fiorire di responsabilità e interessi impone, per l'interesse di tutti, verifiche frequenti e fondate sui lavori destinati a viaggiare». E la verifica con che criteri si fa? «Il punto di partenza sono le condizioni fisiche, chimiche, di conservazione; poi ci sono il restauro, l'imballaggio, i trasporti, la sicurezza, le assicurazioni. Un esempio, Annibale Carracci, al quale Bologna dedicherà una mostra tra meno di un mese. Ebbene, fra i dipinti esposti non ci sarà uno dei suoi capolavori, la cosiddetta 'Grande macelleria'. La ragione è chiara, e me la spiegò bene alcuni anni or sono, quando se ne parlò per un'esposizione mantovana, il direttore della Christ Church Gallery di Oxford, che possiede il dipinto: la tela, di grandi dimensioni, è formata da due pezzi, tenuti insieme da una lunga cucitura. Ogni spostamento sarebbe fatale». La commissione è una risposta di Rutelli allo scontro tra Sgarbi e i funzionari di Brera? «Certo la decisione del ministro arriva in un momento di polemiche. Ma il problema non è nato ieri. Senza entrare nelle prese di posizione di Sgarbi, di cui proprio non mi interessa parlare, credo che non ci sia bisogno né di un ferreo abbraccio della burocrazia sui musei, né di diventare noi tutti corrieri dello zar, tarantolati dall'urgenza di spedire dipinti e sculture di qua e di là. Ciò a cui dico no sono i prestiti selvaggi. E valorizzare il ruolo dei dirigenti dei musei, delle pinacoteche, delle soprintendenze, tutti enti che negli ultimi anni sono stati profondamente mortificati, non è un'esigenza corporativa. Il prestito selvaggio deprime il quadro e impoverisce il museo, che invece è un bene stabile». Il ragionamento vale molto per i nostri grandi, Leonardo, Mantegna, il Rinascimento, il '600... «Non solo. Anche l'arte contemporanea, Burri per esempio, può risultare delicatissima, perdere i pezzi. Quanto a Leonardo, da vent'anni per i disegni non solo suoi esistono regole precise, che fissano un totale di ore oltre il quale il foglio non può stare in pubblico. Di mostra in mostra si sottraggono le ore dell'avvenuta esposizione, e quando si va a zero il disegno viene riposto e riesaminato dagli esperti». Come si muoverà? «Appena la commissione avrà la piena investitura ci riuniremo e cominceremo l'elaborazione di un sistema di conoscenze, di criteri, di correlazioni quello che ho chiamato un codice che metteremo a disposizione di tutti gli interessati. L'Italia non è fatta solo di raccolte grandiose, assolute, ma anche di una rete di musei legati al territorio, preziosissimi e unici, e questo è un patrimonio unico». Ed Emiliani rievoca la volta in cui Parigi non gli concesse una piccola Sacra Famiglia 'in riposo' in Egitto di Simone Cantarini. «I responsabili del Louvre racconta fecero notare che la tavoletta, rinforzata nel lato posteriore da uno spessore di carta, sulla quale era stato eseguito il dipinto, lo rendeva troppo fragile». Minuzie. Dettagli. Sottigliezze. Manualità che al profano sembrerebbero maniacali. Forse l'arte è proprio questo, anche nell'era dell'import-export planetario? COMMISSIONE: PROFILO DI UN PRESIDENTE ANDREA EMILIANI, 75 anni, romagnolo di nascita, storico e critico d'arte, già soprintendente per i Beni Artistici e Storici a Bologna e direttore della Pinacoteca Nazionale bolognese, accademico dei Lincei, ispettore onorario per la Didattica dei Musei, è il presidente della Commissione per i prestiti delle opere d'arte istituita in queste ore dal ministro Rutelli Della commissione fanno parte Cristina Acidini, direttrice dell'Opificio delle pietre dure, il restauratore Carlo Giantomassi, i docenti universitari Paolo Liverani, Massimo Montella, Gianni Romano, Michele Trimarchi e Massimo Vita Zelman, presidente del gruppo Skira. LE TAPPE DELLA POLEMICA Il caso scoppia il 23 agosto: la Pinacoteca di Brera rifiuta a Mantova il «Cristo Morto» del Mantegna e Sgarbi denuncia il rifiuto. Il giorno dopo chiama in causa Ruttili e ottiene il prestito. Il 25 il critico rincara la dose: fa la lista di tutte le opere negate e aggiunge «Ora per la mostra di Mantova datemi anche il San Sebastiano» della Ca' d'Oro. Rifiutato. Lo stesso giorno la polemica si sposta agli Uffizi: il direttore nega a Tokyo «L'Annunciazione» di Leonardo. Ruttili da l'ok e Sgarbi: «E' un errore». Il 28 agosto il critico è di nuovo sulla scena: questa volta punta il dito contro l'Accademia Carrara di Bergamo che nega la «Madonna col bambino» sempre del Mantegna.