L'accordo firmato ieri da Confindustria e sindacati è una buona notizia: il comune impegno per ottenere le politiche e soprattutto le riforme che producono competitività e quindi crescita economica e benessere sociale. Il tema delle riforme è ormai da tanti giudicato decisivo: se lo chiedete agli imprenditori, più degli altri avvertono che senza riforme strutturali la competitività del Paese continuerà a ridursi. II comune impegno delle parti sociali, come ieri sottoscritto, segnala dunque un passo avanti importante, anche perché supera la logica negoziale delle parti contrapposte che come tale non produce competitività. Due aspetti in particolare meritano ancora di essere sottolineati, il primo relativo alla macroeconomia e quindi alla piena occupazione; il secondo riferito al più lungo periodo, cioè alla crescita. Cominciamo dal breve periodo, cioè da quello che una volta si chiamava il full employment e oggi è detto, nel gergo degli economisti americani, l'output-gap. È chiaro che tutte le riforme come quelle che stiamo facendo in Italia che aumentano la flessibilità e l'efficienza del mercato del lavoro sono necessarie ma non sufficienti per produrre un aumento di occupazione. Non è un caso che nei Paesi che hanno migliori mercati del lavoro penso al Regno Unito e agli Stati Uniti è considerato merito della politica economica e quindi del Governo ottenere il pieno impiego, cioè azzerare l'output-gap. Questo comincia a essere vero anche da noi, proprio perché il "posto" non è più qualcosa che si eredita da padre a figlio, come era vero una volta in tantissimi casi, dal ferroviere al notaio, dal dipendente Enel al professore universitario. Un sistema di welfare che protegga il lavoratore da un posto di lavoro all'altro, e un forte impegno della politica economica, tutta, a garantire la piena occupazione: è questa la ricetta che serve in un'economia moderna, che non rinunci a combinare efficienza con valori sociali, Nel caso dei Paesi dell'euro, che si sono legati le mani con il "patto di stabilità", l'unica politica macroeconomica possibile è quella che si può fare insieme; come ha giustamente intuito il ministro Tremonti. Essendo infatti comuni la moneta, i tassi di interesse e il tasso di cambio, devono diventare comuni anche un po' di investimenti pubblici. Ma ciò servirà più alla crescita dei prossimi anni che alla ripresa dei prossimi mesi, che resta invece largamente "guidata" da Wall Street. Passando a considerare le prospettive della nostra crescita nei prossimi anni, è chiaro che dovremmo ancora riflettere sulle regole da rispettare nel mondo globale di cui ci piaccia oppure no facciamo parte. E la prima delle regole che abbiamo imparato in questi anni è molto semplice: cresce chi attira gli investimenti altrui! L'abbiamo visto anzitutto nel Regno Unito, che è tornato a crescere attirando investimenti anche industriali, giapponesi, tedeschi ecc. Poi, l'abbiamo visto in Spagna e in tutti gli altri Paesi caratterizzati da "catching up", dalla Polonia alla Romania, alla Cina. E l'abbiamo visto alla grande negli Stati Uniti, negli anni 90: il di più di crescita degli otto anni di Clinton è spiegato più dai capitali di tutto il mondo che dal risparmio degli americani. Anche il nostro Paese potrebbe imparare questa lezione e iniziare a progettare riforme che servano al messaggio "invest in Italy". Ma per farlo non è sufficiente un'operazione di marketing (che peraltro non guasta. Già basterebbe che un po' di nostri opinionisti la smettesse di andare all'estero a parlar male del suo Paese!). Bisogna fare qualcosa di più, per attirare capitali e progetti di investimento da parte dei "migliori" del resto del mondo. Cito solo un esempio (ma se ne potrebbero fare tanti altri) cui si sta attivamente lavorando a Piacenza, nell'ambito di un progetto pilota che coinvolge il Comune e i due ministri competenti, Tremonti e Urbani. La dismissione e connessa valorizzazione di grandi edifici storici (chiese, caserme, un ospedale militare...) che hanno valore architettonico possono servire a elevare la qualità urbana mentre erano finora lasciati andare in malora. Non dovrebbe essere difficile riuscire a fare progetti di eccellenza, rispettosi della nostra storia, ma utili per il nostro futuro, e che servano ad attirare i migliori imprenditori e capitali da tutto il mondo. L'Italia è incredibilmente assente nei portafogli immobiliari internazionali, perché da noi si poteva solo combinare ricchezza privata (le tante nostre proprietà di famiglia) e squallore pubblico (le tante proprietà pubbliche lasciate degradare, ma inalienabili). Oggi, abbiamo (dal regolamento Melandri-Fassino del 2000) la possibilità di fare un passo avanti anche in questa direzione. Sempre che la crescita e quindi una strategia di attrazione dei capitali di tutto il mondo torni a essere qualcosa che gli italiani vogliono e quindi chiedono a chi li governa, nelle città come nel Governo nazionale. Essendo meglio, molto meglio, se i due livelli di governo riescono a cooperare. È altrimenti difficile essere attraenti, se restiamo un Paese così tanto litigioso.