Un mondo perfetto. Fondazioni che gestiscono i nostri maggiori musei, il capitale privato ansioso di correre al soccorso di un Ministero ormai sul lastrico, piena armonia fra Stato, Regioni ed enti locali nei consigli d'amministrazione. A leggere notizie fresche di stampa, dichiarazioni e indiscrezioni, questo sembra essere il roseo futuro dei beni culturali in Italia. Ma è davvero così? Davvero si è trovata la quadratura del cerchio, la formula felice? Dobbiamo rallegrarci alla prospettiva che gli Uffizi, la Galleria Borghese, Capodimonte vengano gestiti da altrettante fondazioni? (Di questo e di altro si discute oggi in un convegno organizzato da Italia Nostra che si tiene a Roma, alle l5,30 presso la Sala dei Dioscuri di Via Piacenza 1, intitolato «La gestione dei Beni culturali, tra devolution e privatizzazione»: partecipano, oltre a Salvatore Settis, Desideria Pasolini dall'Onda, Giuseppe Chiarante, Massimo Montella, Roberto Cecchi, Francesco Canestrìni e Irene Berlingò, n.d.r.) Sarà bene ricordare che l'idea di affidare i nostri musei a fondazioni a capitale misto pubblico-privato non è un'invenzione del ministro Urbani, ma del suo predecessore Veltroni. L'art. 10 del DL 3681998 prevede infatti che il Ministero possa partecipare a fondazioni, «anche con il conferimento in uso dì beni culturali che ha in consegna»; a Urbani si deve invece il regolamento attuativo (DM 27 novembre 2001). Né la sinistra ha cambiato rotta, visto che il senatore Passigli (Ds) è primo firmatario del disegno di legge per una fondazione degli Uffìzi presentato lo scorso 15 aprile con l'appoggio della Regione Toscana, e che dalla Regione Campania parte il progetto di una Fondazione per gestire Pompei. Dato che le fondazioni promosse dalla destra e quelle promosse dalla sinistra si somigliano come due gocce d'acqua, piuttosto che patteggiare per questo o per quello sarà bene discutere non degli schieramenti, ma del problema. Secondo il progetto riassunto da Paolo Vagheggi in questo giornale (31 maggio), gli Uffizi o Capodimonte non saranno più controllati dai rispettivi soprintendenti, ma da fondazioni in cui lo Stato siederà a fianco di Regioni, enti locali, privati. Ogni museo sarà "conferito" alla fondazione di riferimento per 99 anni, lo Stato terrà per sé proprietà e tutela, mentre tutto il resto spetterà alla fondazione. Bozze di statuto circolano già per la prima fondazione, quella dell'Egizio di Torino. Ora, cominciamo col dire che altro è "ritagliare" dal tessuto del patrimonio italiano il Museo Egizio, altro è farlo con gli Uffìzi o la Borghese. L'Egizio è, per ovvie ragioni, il solo grande museo italiano con una soprintendenza non territoriale, mentre tutti gli altri sono incardinati nel territorio, testimonianza vivente di quel continuum fra musei e territorio che fa l'unicità del "modello Italia" di tutela, di cultura e di vita civile. Pessima idea fu perciò quella dei "poli museali" (istituiti da Urbani in attuazione di norme Veltroni-Melandri), che in contraddizione con tutta la storia italiana hanno scorporato i musei di alcune città dal loro territorio, facendone entità a parte, spezzando nessi vitali, ferendo al cuore il modello italiano di tutela. Una politica delle fondazioni che aggravasse questa ferita estirpando per sempre i musei dal territorio sarebbe insensata e colpevole. Ma a che cosa servono le fondazioni museali? Si sa, ad attrarre finanziamenti privati. Si misura qui la povertà di risorse del Ministero, nonostante disperati tentativi di strappare maggiori finanziamenti, come il conclamato 3 dalle Infrastrutture, che non arriva mai. Ma perché dovrebbe essere un male se ai fondi dello Stato (quali che siano) si aggiungono fondi privati? Il problema è un altro: a quali patti e con quali regole. Immaginiamo (secondo il modello descritto da Vagheggi sulla base delle dichiarazioni di Urbani) una fondazione Uffizi in cui lo Stato "ci mette" gli Uffizi stessi, edificio collezioni e personale, e alcuni privati versino altri fondi. E' giusto che questi privati abbiano voce nella gestione di un bilancio che includa il loro contributo? Indubbiamente sì, ma in che misura? E quanto dovranno contare Regione, Provincia e Comune, anch'essi previsti nel consiglio di amministrazione? Se si vuole adottare un modello aziendale, la risposta è ovvia : ogni partner deve contare in proporzione di quello che dà. Se per gli Uffizi lo Stato dà il 90, deve contare per il 90, e non di meno. Viceversa, in bozze e ipotesi, lo Stato tende a mettere se stesso in minoranza, dando spazio non solo ai privati che portano capitali (comunque minimi a fronte dell'immenso capitale del museo stesso), ma anche agli enti locali che non versano un euro. L'idea, avanzata da Urbani, che lo Stato abbia una sorta di golden share nelle fondazioni sarà quella buona? Dipende da come sarà definito il rapporto fra museo e territorio, fra tutela e gestione. Non si tratta solo di soldi, ma di competenze: e le competenze sulla gestione del patrimonio culturale sono prima di tutto nell'amministrazione dello Stato, che ha tutta l'esperienza necessaria. Sottoporla a consigli d'amministrazione di nomina politica e privi di competenze professionali sarebbe una mossa suicida. Bisognerebbe però chiedersi se davvero non esistano altre fonti di finanziamento. Perché non si rivede la normativa sulle fondazioni bancarie, indicando il patrimonio culturale come loro fine primario, e per una quota significativa? Perché, invece di parlare a vanvera di modelli americani, non si fa davvero qualcosa "all'americana", incoraggiando le donazioni ai musei (ma anche alle università e alla ricerca) mediante una chiara defiscalizzazione che produca evidenti vantaggi fiscali al donatore? E perché, d'altro lato, consegnarsi legati mani e piedi per ben 99 anni a un modello di funzionamento incerto e non sperimentato come quello delle progettate fondazioni? Non mancano esperienze da cui imparare: basti ricordare quella delle Royal Armouries, la collezione di armi della casa reale inglese che si trovava nella Torre di Londra, "privatizzata" e affidata per 60 anni a una S.p.A. che la trasferì in un apposito nuovo museo a Leeds nel 1998. Nonostante i sofisticati calcoli economici e i lenocinii escogitati (otto sale da cinema nell'edificio del museo), si dovette dichiarare bancarotta dopo soli due anni, con gravi perdite di denaro pubblico. Perché dunque, se si vuole sperimentare la strada delle fondazioni, non lo si fa su scala inizialmente modesta, e per un periodo breve, per saggiare il terreno? La risposta a queste obiezioni è preconfezionata: allo Stato la tutela, alle fondazioni la gestione. Ma che fondamento ha la distinzione fra tutela e gestione? L'Italia è il solo paese al mondo che ha dato a questa distinzione un fondamento giuridico, mentre "tutela", "gestione" e "valorizzaione" sono tre momenti per loro natura inseparabili. Come mai i giuristi italiani stanno producendo fiumi d'inchiostro per tagliare a fette l'azione amministrativa in questo campo, senza mai analizzare le conseguenze sulla sorte del patrimonio? Quel che è in ballo non è un'astratta questione giuridica, ma la sorda lotta di potere fra Stato e Regioni, il vero tarlo che rode il destino del nostro patrimonio culturale ancor più dell'assedio del "privato". Quando si taglia a fette, un tanto allo Stato e un tanto alle Regioni, la torta del patrimonio (lo ha fatto l'infelice nuovo titolo V della Costituzione), lo si fa in base al "principio giuridico" della distinzione fra tutela e gestione, ma è vero il contrario: questo specioso e dannoso principio giuridico è stato inventato proprio per poter dividere la torta. Né si può accettare che, come ora si propone, lo Stato passi alle Regioni i beni "di interesse locale", tenendo per sé quelli "di interesse nazionale". Se il principio valesse, dovrebbe esser vero anche il contrario: per esempio i Musei Capitolini, di indubbio interesse nazionale anzi mondiale, dovrebbero passare dal Comune di Roma allo Stato. Dato che nessuno ci pensa, la distinzione fra interesse nazionale e locale si rivela per quello che è, un escamotage per mascherare la devoluzione. E gli Archivi di Stato, in procinto di chiudere dopo tagli di bilancio fino al 70, sono "nazionali" o "locali"? Dobbiamo dunque aspettarci, se prosegue questa perversa deriva, che quanto è "di interesse locale" vada alle Regioni, e quello che è "di interesse nazionale" alle fondazioni. Si capirebbe allora perché da anni non si facciano nuove assunzioni nell'amministrazione ministeriale; perché, per esempio, a Firenze l'età media dei funzionali di soprintendenza sia di 53 anni. Per smantellare l'amministrazione pubblica dei beni culturali basta aver pazienza: fra 10-15 anni, tutti in pensione, a tagliare i costi del personale ci pensa Madre Natura. Ma dal governo (da qualsiasi governo) abbiamo il diritto di pretendere l'opposto: un forte e mirato rilancio dell'amministrazione pubblica, un suo pieno ed efficace funzionamento che offra il quadro necessario entro il quale anche ogni apporto del privato possa essere praticabile e "virtuoso". Abbiamo questo diritto perché ce lo da la Costituzione. Come il presidente Ciampi ha ricordato nel suo bel discorso del 5 maggio, le due parti dell'alt. 9 («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») sono strettamente interconnesse. Lo ha stabilito un'importante sentenza della Corte Costituzionale (2691995), che stabilisce l'interesse primario dei cittadini nella tutela, finalizzata all' «esigenza di garantire la fruizione da parte della collettività». La tutela non è dunque una passiva procedura di guardiania o di polizia, ma dev'essere mirata alla fruizione culturale dei cittadini, e pertanto richiede conoscenza e ricerca, valorizzazione e gestione; va intesa in senso attivo, e cioè in funzione della cultura dei cittadini e del nesso identitario fra patrimonio culturale e nazione. Non dimentichiamo che questo, come ha detto Ciampi, è forse l'articolo più originale della nostra Costituzione, quello che meglio rispecchia la storia e l'identità italiana.
la Repubblica
20 Giugno 2003
2062003 - Il pasticciaccio dei nostri musei
SA
Salvatore Settis
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
la Repubblica · 13 Giu 2002
La bella Italia che si mette in vendita
la Repubblica · 29 Giu 2002
Un pericoloso emendamento al decreto Tremonti. I beni? Il ministro li affitta
Il Giornale dell'Arte · 1 Dic 2002
Cara Melandri, se avete fatto venti, altri faranno cento
Il Tirreno · 17 Dic 2002
Settis: Quel governo talebano che adesso vende arte e cultura
Giornale di Sicilia · 13 Gen 2003
Ma la cultura non può essere ceduta ai privati
il Sole 24 Ore · 19 Gen 2003
Il bello dei Borboni
Corriere della Sera · 4 Feb 2003
L'Italia dei musei ha bisogno di regole - Anche per i privati
il Sole 24 Ore · 2 Feb 2003
I patti che salvarono il bello d'Italia
la Repubblica · 5 Mar 2003
Patrimonio culturale. La svendita di Tremonti
la Repubblica · 11 Lug 2003
11072003 - La spada di Damocle sui Beni culturali
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
l'Unità · 13 Giu 2002
Le FAQ per capirne di più
la Repubblica · 13 Giu 2002
La bella Italia che si mette in vendita
La Stampa · 14 Giu 2002
Squilibri significativi nei conti pubblici dell'Italia
ANSA · 23 Lug 2002
Beni culturali: UIL, articolo 33 smantella sistema culturale
ANSA · 24 Lug 2002
Beni culturali: Urbani, puntiamo a triplicare le risorse
ANSA · 24 Lug 2002
Restauri: Poli Bortone (AN) a ministri, si riduca IVA
il manifesto · 16 Giu 2002
Ciampi: quei beni sono di tutti
la Repubblica · 29 Mag 2002
Monumenti in vendita? Allarme per Un decreto legge in discussione al senato
www.pierluigimantini.it · 31 Mag 2002
Le politiche delle infrastrutture nel primo anno del secondo governo Berlusconi
Panorama · 17 Giu 2002
Non si vende niente Tesori dello Stato ai privati? L'operazione del governo firmata da Ciampi lo esclude. Ecco come funziona
Corriere della Sera · 17 Giu 2002
Ora il rischio è che si svendano edifici simbolo dell' Italia minore E' in pericolo quel tessuto irripetibile che nei secoli ha disegnato la nostra identità
la Repubblica · 15 Ago 2002
L'Ulivo annuncia il referendum sulla cessione. Contrario anche il forzista Roberto Caputo Galleria, destra spaccata
www.google.it · 17 Giu 2002
Convertito in legge il decreto che istituisce la Spa patrimonio e infrastrutture Legge pubblicata su Gazzetta Ufficiale del 15 giugno 2002, n. 139. In vigore dal 16 giugno 2002
Il Mattino · 20 Ago 2002
Il demanio pubblica l'elenco dei beni potenzialmente alienabili
Liberazione · 18 Giu 2002
Lanzichenecchi
la Repubblica · 21 Ago 2002
Italia in vendita, arriva la lista . Da Pianosa ai siti archeologici l' elenco dei 'gioielli' in pericolo
www.artonline.it · 21 Giu 2002
Attualità: E' divorzio tra Sgarbi e il governo Licenziato il sottosegretario ai Beni culturali
www.artonline.it · 21 Giu 2002
Attualità: Per i beni culturali Sgarbi e Urbani separati in casa Le associazioni ambientaliste: Ciampi non firmi il decreto taglia-deficit
www.dsonline.it · 22 Giu 2002
Sinistra ecologista: su Patrimonio spa e infrastrutture spa propone un referendum abrogativo
Famiglia Cristiana · 23 Giu 2002
Tremonti? Robin Hood all'incontrario Economia. La riforma vista dall'Ulivo: parla Vincenzo Visco