Sarà un caso (e non lo è di sicuro) ma se l'Italia ha finalmente trovato due player bancari di statura europea, come Intesa-Sanpaolo e UniCredit, molto lo deve alle Fondazioni. A dispetto delle polemiche e dei sospetti che negli anni '90 portarono il loro creatore, Giuliano Amato, a rinnegarle come «mostri di Frankenstein», bisogna riconoscere che le Fondazioni si sono conquistate sul campo il ruolo e il rispetto di grandi investitori istituzionali. Dire adesso che il nuovo gigante bancario, che nascerà dalla fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo-Imi, sarà la banca delle Fondazioni è forse eccessivo, perché la diluizione e il frazionamento delle loro partecipazioni azionarie rendono difficile la supremazia di una Fondazione sulle altre o, a maggior ragione, di tutte le Fondazioni su un gruppo che si avvia ad assumere la forma di una pu-blic company. Però il fatto che le Fondazioni, raggruppando le loro quote, rappresentino più del 20 del capitale della prima banca italiana la dice lunga sull'importanza che hanno avuto e che avranno nel primo matrimonio del credito dell'era Draghi. Per la verità, dall'angolo visuale delle Fondazioni, il caso Intesa-Sanpaolo non è un'eccezione, ma semmai una conferma. Successe così anche l'anno scorso quando UniCredit realizzò il più grande mega-merger bancario d'Europa in terra tedesca. Ieri come oggi le Fondazioni accantonarono gli interessi di bottega e appoggiarono il management in nome degli interessi generali e di sistema. E nella convinzione che in finanza diventare i secondi a Roma è meglio che restare i primi a Capua. Nelle nozze tra Intesa e San Paolo, come in quelle tra UniCredit e Hvb, le Fondazioni hanno interpretato perfettamente la loro missione di grandi investitori istituzionali puntando alla massimizzazione dei rendimenti a medio-lungo termine piuttosto che a benefici speculativi o di potere di corto respiro e di breve periodo. Una domanda però diventa naturale sul futuro delle Fondazioni. Le istituzioni, si sa, camminano sulle gambe degli uomini e i vertici delle Fondazioni, pur essendo nella maggior parte dei casi di emanazione politica ed essendosi formati alla scuola della Prima Repubblica, hanno onorato la loro funzione. Ma che succederà quando la generazione dei Guzzetti, per dirla dal nome del personaggio più noto e più influente delle Fondazioni com'è il presidente della Cariplo e dell'Acri, dovrà lasciare il campo all'anagrafe? Nella maggior parte dei casi le Fondazioni non sono state, come si temeva all'origine, il cavallo di Troia dei partiti nel mondo del credito. Ma adesso le loro partecipazioni bancarie, pur diluendosi nelle nuove fusioni, diventano ancora più appetibili di prima. Chi assicura che la politica, uscita dalla porta, non provi a rientrare dalla finestra? Ecco perché, ancora più di ieri e in forza del prestigio conquistato sul campo, le Fondazioni dovranno alzare il ponte levatoio in difesa della loro autonomia da partiti ed enti locali sempre più famelici. Del resto è lo stesso pronunciamento della Corte Costituzionale sulla natura di soggetti privati delle Fondazioni a reclamare i conseguenti cambiamenti. Non si può pensare che questi enti facciano la loro parte di investitori istituzionali e insieme di soggetti no profit sulla scorta di leggi e regolamenti che non sono vecchi ma sono già obsoleti. Rinnovare la normativa sulle Fondazioni stendendo una cintura di sicurezza attorno alla loro autonomia è la sfida che le nozze Intesa-San Paolo lanciano al Parlamento e al Governo. E che non potrà essere disattesa.
ANALISI - L'intelligenza delle Fondazioni
Le Fondazioni, create da Giuliano Amato, sono state critiche per i loro legami con i partiti, ma hanno dimostrato di essere investitori istituzionali di statura europea. La fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo-Imi creerà un gigante bancario che sarà controllato dalle Fondazioni, che rappresentano il 20% del capitale della prima banca italiana. Le Fondazioni hanno sempre puntato alla massimizzazione dei rendimenti a medio-lungo termine, senza interessi speculativi o di potere di corto respiro. Tuttavia, il futuro delle Fondazioni è incerto, poiché i vertici sono di emanazione politica e la generazione attuale potrebbe lasciare il campo all'anagrafe.
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